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MULHOLLAND DRIVE

Titolo
originale: Mulholland Dr.
Genere:
Thriller
Nazione:
Francia/Usa
Anno:
2001
Durata:
145'
Regia
:
Cast
: Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Robert Forster
Produzione
: Asymmetrical Productions, Imagine Television, Le Studio Canal+, Les Films Alain Sarde, The Picture Factory, Touchstone Television.
Distribuzione
: 01 Distribution
Sito
Internet : http://www.01distribution.it/film/mulhollanddrive/
Trama
: Rita (Laura Harring) resta coinvolta in un terribile incidente sulla Mulholland Drive, a Hollywood. Due uomini muoiono nell\'impatto, lei scappa ma perde completamente la memoria. La trova un\'aspirante attrice Betty (Naomi Watts), che cerca di ricostruire il suo passato...
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nel Forum: SEZIONE
CINEMA
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Recensione a cura di
JohnTrent
(
inserita il
lunedì 23 settembre 2002
)
La trama di quest’ultimo, ipnotico film di David Lynch va raccontata con pochissime parole: a Hollywood una donna ha un incidente stradale che le causa un’amnesia. Si rifugia in stato confusionale a casa di una ragazza, aspirante attrice, che pur non conoscendola arriva ad aiutarla a ricostruire il suo passato.
Su una trama apparentemente lineare si sviluppa uno dei film più contorti dell’autore. Se esiste una morfologia del sogno, Lynch è il cineasta che, più di tutti, riesce ad accostarcisi, costruendo un intreccio astratto in cui compaiono personaggi da incubo. E’ meglio chiarire subito che l’autore di “Twin Peaks” e “Velluto blu” non è fatto per chi cerca risposte, ma per chi crede in un tipo di coinvolgimento cinematografico che sia soprattutto emozionale. “Mulholland Drive” non va capito. Va esperito. E per questo può disorientare o irritare chi non si trova nello spirito adatto per fruirlo. Lynch ambienta il suo intreccio noir nella città dei sogni, in una delle sue strade più famose e citate (si può ritrovare in un bel film di qualche anno fa, “Scomodi omicidi”, ancora come protagonista), che di notte è molto buia e oscura. E in cui si possono annidare cose che sfuggono facilmente agli occhi di chi la percorre, inevitabilmente in macchina: e queste cose, per Lynch, possono essere delle vere realtà alternative che ruotano intorno al mondo di Hollywood.
Nell’incipit di un racconto di Edgar Allan Poe, “L’uomo della folla”, il protagonista cita un libro che es lasst sich nicht lesen, che non permette di essere letto. E il film di Lynch è proprio così: non permette di essere spiegato, pena lo svilimento del lavoro di un regista che lavora su atmosfere oniriche per mostrare uno delle funzioni più alte e nobili del cinema, essere una porta per l’esperienza sensoriale di mondi altri. In questo, “Mulholland drive” compone quasi un trittico con i due film precedenti dell’autore, “Strade perdute” (1997) e “Una storia vera” (1999), due capolavori in cui il tema della memoria, del ricordo, della mente come luogo oscuro (qui è una misteriosa scatola blu) in cui sono custoditi segreti oscuri e inafferrabili è sviluppato con una radicalità da grande maestro. Nel primo, la mente è un temibile labirinto in cui l’uomo non può che perdersi, o addirittura sdoppiarsi; nel secondo essa è l’ultimo impenetrabile baluardo dell’umanità, in cui vengono seppelliti ricordi meravigliosi ma anche esperienze devastanti.
Poche righe non possono rendere giustizia alla complessità, alla densità narrativa che David Lynch è in grado di proporre in questo film, come nei suoi precedenti. Certo è che l’organizzazione rara e coerente del suo universo alternativo, che non combacia esattamente col nostro, pur essendone strettamente dipendente, rappresenta una delle esperienze più inquietanti, ammalianti e emozionanti che possiamo esperire.
Inizialmente il film doveva essere il pilot di due ore di una serie televisiva commissionata dalla rete ABC come una specie di “Twin Peaks” del 2000. I dirigenti della televisione, però, lo giudicarono impresentabile nei palinsesti, costrinsero il regista a tagliarne alcune decine di minuti, snaturandone l’anima, tanto che Lynch stesso si rifiutò di mandarlo in onda. Dopo la scomparsa del progetto della serie TV, i francesi di Canal + comprarono il film e lo rimisero in mano a Lynch con un nuovo budget per permettergli di girare nuove scene. Il film, con un montaggio completamente diverso da quello originariamente concepito, ha vinto la Palma d’oro per la regia (ex aequo con “L’uomo che non c’era”) all’ultimo Festival di Cannes.
Menzione a due fondamentali apporti nella riuscita del film: la bella fotografia di Peter Deming e le musiche di Angelo Badalamenti (anche se il sound design, che contribuisce non poco all’atmosfera, è ad opera dello stesso Lynch).
VOTO
: *****
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