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PARLA CON LEI


Titolo originale: Hable con ella
Genere: Drammatico e romantico
Nazione: Spagna
Anno: 2001
Durata:
Regia :
Cast : Javier Cámara, Leonor Watling, Darío Grandinetti , Rosario Flores, Geraldine Chaplin , Adolfo Fernández
Produzione :
Distribuzione : Warner Bros
Sito Internet :


Trama : Benigno e Marco hanno solo una cosa in comune: le due donne che amano, una torera e una ballerina, sono ricoverate in ospedale, in coma. Questa tragica coincidenza li farà diventare amici e trovare nel dialogo un modo per sopravvivere.

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Recensione a cura di
JohnTrent
( inserita il lunedì 23 settembre 2002 )

Il re europeo del melodramma è tornato. Dopo il grandissimo successo di “Tutto su mia madre” (Oscar per il miglior film straniero, Palma d’Oro per la regia a Cannes, dieci milioni di dollari incassati in USA, otto milioni di euro in Italia), il regista spagnolo che in questi ultimi anni ha raggiunto una maturità artistica solida che lo rende il migliore cineasta spagnolo vivente, è tornato con un nuovo melodramma sull’incomunicabilità dei sentimenti nella coppia. Se nel film del precedente gli uomini erano praticamente banditi, in questo “Parla con lei” sono loro i veri protagonisti: uno, Benigno, un infermiere, l’altro, Marco, un giornalista scrittore. A loro è affidata la chiave di un film ammaliante, che ricerca nuove chiavi espressive per la reinvenzione del melodramma (la digressione di 7’ del finto film espressionista “L’amante menguante” è un pezzo di cinema da antologia), ma sa anche parlare dell’incomunicabilità dei sentimenti con sublime forza espressiva. Benigno è incapace di esprimere il suo sentimento col corpo, Marco, benché sia un “artista della parola” non parla con la donna che ama (l’invito contenuto nel titolo del film è rivolto a lui), finché questa entra emblematicamente in coma, chiudendo definitivamente tutte le possibilità di comunicazione. In questa empasse umana, che si esplicita nel secondo col pianto durante gli spettacolo di Pina Bausch (in cui, in maniera significativa, gli attori si esprimono a gesti, e non a parole), nel primo in un atto tra il mostruoso, il disperato e l’umano che è meglio non rivelare, sta la forza espressiva del film di Almodovar, un cineasta cinefilo e umanista, che film dopo film cerca di trasformare in continuazione il suo sguardo, alla ricerca di una chiave che possa rappresentare con efficacia la volubilità dell’animo umano. Non ci sono cadute di gusto, svoltre melodrammatiche lacrimevoli, ricatti morali di sorta nel suo ultimo film, ma la rappresentazione di un’umanità timidamente in cerca di se stessa, vista attraverso uno sguardo, in quest’ultima opera, particolarmente controllato e maestoso, capace di far esprimere scenografie e corpi (quello di Leonor Watling è immobile per quasi tutto il film) come se fossero dotati di parola. E’ senza dubbio, insieme a “Carne tremula” e “Il fiore del mio segreto”, fra le migliori opere dell’autore, capace di scavare nelle psicologie anche con la forza dell’immagine, e non solo con i virtuosismi di sceneggiatura (la struttura narrativa è composta da continui andirivieni temporali). A sottolineare una certa complementarità con “Tutto su mia madre”, in una sequenza (in cui canta Caetano Veloso) compaiono le due protagoniste di quel film, Cecilia Roth e Marisa Paredes.


VOTO : ****

 




 
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