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PANIC ROOM


Titolo originale: Panic Room
Genere: Thriller
Nazione: Usa
Anno: 2002
Durata:
Regia :
Cast : Jodie Foster, Kristen Stewart, Forest Whitaker, Jared Leto.
Produzione : Columbia Pictures Corporation, Hofflund/Polone
Distribuzione : Columbia Tristar
Sito Internet : http://www.spe.sony.com/movies/panicroom/


Trama : Per sfuggire a tre rapinatori, entrati nella lorro nuova casa di New York, una donna divorziata e sua figlia, si nascondono in una stanza segreta, creata appositamente per questo tipo di emergenze...

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Recensione a cura di
JohnTrent
( inserita il lunedì 23 settembre 2002 )

Uno degli autori più personali emersi a Hollywood negli ultimi anni è senza dubbio David Fincher. Fincher è un regista che proviene dai videoclip (ne ha diretti molti di Madonna, di cui è stato anche compagno per un breve periodo), esordiente nel lungometraggio nel 1992 con “Alien³”: da allora aveva diretto altri 3 film, segnalandosi per un gusto singolare nell’utilizzo degli ambienti e per il pessimismo con cui rappresenta personaggi sempre introversi e rassegnati. Dalla piovosa e perennemente notturna città senza nome di “Seven”, agli ambienti sinuosi e oscuri in cui si muove il Nicholas Van Norton di “The game” (sicuramente il suo film più sottovalutato), per non parlare del suo film più contestato e ambizioso, “Fight club”, che anche nella sua notevole imperfezione mostrava i segni della sua poetica d’autore: poetica che si estrinseca in atmosfere di minaccia, cupe e persino sgradevoli, ma che il pubblico accetta in questi strani tempi in cui i film sembrano fatti apposta per non urtare la sensibilità di nessuno. “Panic Room” si nutre proprio di queste caratteristiche, per creare un thriller teso e ben diretto, dove il gioco del gatto e del topo tra i rapinatori dilettanti (uno è un ereditiere viziato, uno un progettista, l’ultimo un criminale di professione) e Meg Altman (ben interpretata da una Foster mai così in forma dai tempi de “Il silenzio degli innocenti”) e la figliola nasconde un discorso sconsolato sulla società in cui viviamo, sempre più ripiegata su se stessa e sulle proprie paure. Paure che finiscono per risiedere in quella stessa “panic room” che è l’estremo rifugio per difendersi da un mondo esterno che si rifiuta di comprendere, e che viene visto come violento e minaccioso. Non è un caso che la figlia della Foster sia interpretata da una ragazzina a lei somigliante in maniera impressionante, quasi un suo alter ego: Fincher ci vuole mostrare come la paura risvegli il lato più nascosto di noi stessi, quello fanciullesco (“E’ buio qui dentro, accendimi una luce” dice la figlioletta a Meg durante la prima notte nella casa nuova). A questa somiglianza inquietante corrisponde il volto, coperto per quasi tutta la durata del film, di uno dei tre rapinatori, il sanguinario Yoakam, che accresce ancor di più l’angoscia per lo “sconosciuto in casa” provata dallo spettatore. Fincher poi cita frequentemente Hitchcock: dai titoli di testa proiettati su edifici newyorchesi (come i titoli di “Intrigo internazionale”), all’ambientazione quasi esclusivamente in interni, prologo ed epilogo eccettuati (“Nodo alla gola”), fino alla scena in cui Meg cerca di comunicare con il dirimpettaio (“La finestra sul cortile”). E’ quasi un horror metafisico, “Panic Room”. L’ingegno dello sceneggiatore David Koepp (sceneggiatore di “Omicidio in diretta”, in cui, come qui, si giocava in maniera intelligente con l’unità di tempo, luogo e azione) disegna un universo momentaneamente impazzito, in cui per lo spazio di una notte le regole che dividono i buoni dai cattivi possono sovvertirsi. In questo serrato thriller gioca un ruolo fondamentale anche la fotografia di Darius Khondji (probabilmente il miglior tecnico del settore attualmente disponibile ad Hollywood, già braccio destro di Fincher per “Seven”, anche se è stato licenziato dalla produzione dopo alcune settimane di lavorazione) e Conrad W. Hall (figlio del maestro Conrad L. Hall, premio Oscar per “American Beauty”), che con un’illuminazione quasi sempre oscura riesce a creare l’atmosfera adeguata per le paranoie dei personaggi. Nella versione originale, Nicole Kidman, che doveva interpretare la parte di Meg Altman al posto della Foster, presta la sua voce (esclusivamente al telefono) alla “modella di serie B” che sta con l’ex marito della protagonista, Stephen Altman, interpretato da Patrick Bauchau.


VOTO : *** 1/2

 




 
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