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ora come ora riviste varie, rileggo un po’di Calvino e Pennac.
Ho sul comodino libri sul design automobilistico, fotografia e "Storia della Morte in Occidente", che forse non finirò mai.
Nel frattempo compro libri nuovi e li impilo.
E sto ore in libreria ad immaginare le mie storie, sulle altrui copertine...

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PAZZA
PAZZA
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sabato 29 marzo 2008 - ore 17:28


Cose Turke, in ritardo...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Allora, il vecchio Pal mi era stato in Asia Minore.
Prima a risolvere problemi in un postaccio freddo e inutile, poi a fare il PR in giro per la Lidia.

Qui in basso frasi a caso a riguardo:


Izmir è un nome di cemento sulla cenere del dissennato rogo di Smirne del ’22.
I ricordi di vicoli impregnati di gente di ognidove, industriosa nel far qualunque cosa con gente d’altrodove, o intenta a dipanare le molteplici sfaccettatture dell’Ozio, sono stati soffocati in quel fumo.
Cotone nero che ti si mescola col sangue nella bocca.
Chi ti può salvare rimane sul ponte a guardare.
Perchè sono gli ordini.
Ma ormai non t’ importa neppure...

L’essere umano sa essere un animale aberrante.

La cosa molle che ho tra le tempie ha rincorso i ricordi di un’estate di dieci anni fa, tra le case grattugiate dal piombo. Zavidovici, Mostar. Sarajevo.

Avevo capito per la prima volta lì che basta così poco, per imparare ad odiare chi cammina con te.

Siamo bestie fragili e villane.

Mi è tornata in mente la carovana di vecchie Fiatuno,
una sosta in un prato per sgranchire le ginocchia.
Una chioccia di cui seguo la scia di batuffoli pigolanti con lo sguardo.
Poi con le gambe.
Il contadino che si precipita urlando brandendo la forca.
Ora: non so bene come si dica "mina antiuomo" in serbo, ma "booom, booom!" rende bene l’idea...


Ad Izmir c’è un sacco di gente.
E’rimasto un crocevia, vietato solo ai Greci.
Of course.
C’è lavoro e si sta bene, e le persone sembrano essere serene.
E’un bel posto.
Non esteticamente, ma la gente cammina con la leggerezza nel viso.
E’ di una cordialità sincera, senza quel filo d’ipocrisia che si riesce ad intravvedere nel sorriso manierato di altri genti mediterranee.

A pranzo ci fermiamo in una città indefinita, c’era gente che correva ovunque con qualsiasi mezzo.
Il mercato della frutta era un posto semplicemente inconcepibile: c’era il casino d’urla e l’incrocio disordinato di membra che ti potresti aspettare di vedere, chessò, nell’evacuazione di uno stadio di calcio ricolmo appena esplosa una bomba, forse.
Eppure tutto sembrava funzionare così.
Ci siamo infilati in uno dei tanti ristorantini, che a Parigi si sarebbero chiamati bistrò.
Un posticino incantevole per la sua veracità. Piccolo, lungo e stretto, ricoperto di piastrelle smaltate in bianco.
Come la bottega di un vecchio barbiere.
I miei anticorpi sono sopravvissuti alle condizioni igieniche, che almeno qui hanno il pregio di essere in bella mostra: non penso che in tanti ristoranti di nome italiani siano migliori.
Ho però scoperto a mie spese che l’innocua zuppa di pollo assomiglia in modo equivoco alla zuppa di trippa d’agnello...
Mi son rifatto con Kebab cotto alla fiamma condito con peperoncino, cumino e pistacchio, steso sul pane aperto.
Il pane in Turchia è eccezionale in ogni declinazione.


Tornati ad Izmir al tramonto, Il direttore delle vendite locale ci porta a mangiar messicano.
Lui è bulgaro, immigrato da 35 anni ad Izmir.
E’, come tutti i venditori, una canaglia, ma del tipo sfacciato e sbruffone: quello che preferisco, perchè meno subdolo.

Il giorno dopo si punta a Sud.
Le uscite dell’autostrada hanno nomi che danno una certa suggestione.
Efeso, Mileto, Antiochia...

A metà strada per Denizli si incontrano paesi immersi negli agrumeti.
I viali cittadini sono filari di cespugli tronfi d’ arance.
Appena c’è uno spazio ai lati della strada una barriera di bocce arancioni accoglie l’avventore a stuzzicarne la predisposizione alla spesa.
Roba da turisti, ovvio, i frutti sono ovunque a portata di mano: chi mai del luogo spenderebbe una lira per una cassa di mandarini?

Nei paraggi vengo presentato al sindaco del paese.
In pieno stile siculo manimpastoso di chi sa di avere più d’un motivo poco lecito per occupare la poltrona, strabordandone, per altro, interrompe la fila dei questuanti, fa uscire chi c’era già e accoglie la delegazione in pompa magna.
Parla lentamente, inspirando mezza sigaretta a vocabolo, compiaciuto della gravità che così assume ogni sua sillaba, peraltro a me incomprensibile.
Finito il pacchetto, con un cenno manda una delle segretarie a comprarne per tutti.
Io gentilmente rifiuto il mio.
Il mio collega turco mi traduce ogni cosa in inglese.
In due ore di discorso non aveva ancora detto nulla.

Si riparte: un cliente ci aspetta in collina.
Si fanno due tornanti in mezzo alle rocce brune e...
con una violenza abbacinante irrompe a schiaffeggiarmi l’iride la bianchissima cascata di panna di Pamukkale.
Che vorrebbe dire "castello di cotone", ma "cascata di panna" mi piace di più.
Una montagna coperta di calcare sfacciatamente bianchissimo.
Tutto ciò l’ha combinato un rigagnolo d’acqua.
C’ha messo un po’, è vero, ha comunque avuto l’accortezza, premuroso, di formare delle candide piscine rotonde da riempire di turchese, per chi passasse accaldato nei paraggi.

Ah, lì accanto ci sono pure i resti di un’antica città greca con teatro, tempio e annessi, e tutto il resto, ma, obiettivamente, passa in secondo piano rispetto alla roccia di panna.

Si punta a Denizli, si fa un po’di pantomima con l’ultimo cliente con la morte nel cuore per aver appena potuto sfiorare lo splendore di cui sopra (DEVO tornarci) e si ripunta a Nord, per macinare i 300Km che ci separano dalla sala vip dell’aeroporto di Izmir, poi qualche ora di sonno ad Istanbul.
Poi casa.
A preparar le ferie.
(di cui leggerete a breve, se vorrete)



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