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NICK: D R A G O
SESSO: m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single

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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate.
Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.


HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.


STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato.
E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita.
E grazi al cielo capita sempre qualcosa.


ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può.
E allora mi faccio bastare il resto.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!


OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto.
Quello che si adatta a tutte le situazioni.


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)

 


MERAVIGLIE

1)


Messaggio di D R A G O da commentare:
Brandello N°9


R. stranamente quella mattina era andato a lezione, in quanto il suo noiosissimo professore di Psicologia Sociale, aveva invitato uno specialista nel campo a tenere un breve seminario sul mobbing, un fenomeno che R. trovava assai interessante.
Forse perché gli piaceva la strana musicalità del nome, rise tra sé.
Quando la sera prima lo aveva detto a Mario, ottenne solo un “E che cazzo è il mobbing?” e dovette accontentarsi di spiegargli molto approssimativamente il concetto: maltrattamenti in ambito lavorativo.
Queste poche parole bastarono a Mario per ribattere: “Se continuo a studiare così, prima i potermi preoccupare dei maltrattamenti in ambito lavorativo ci vorranno altri dieci anni! E poi domani è il grande giorno…”
“Davvero? La conoscerai? Cacchio era ora! Almeno la chiameremo col suo vero nome! In bocca al lupo!”

E quindi R. assistette al suo seminario senza sapere cosa stava succedendo a Mario proprio in quel momento. Decise di non telefonargli neanche dopo, ma di avere pazienza ed aspettare sera, per il suo rapporto.
Andò subito in aula studio, sperando di trovare ancora un posto. E pare che per lui dovesse essere una buona giornata: trovò Stella che gli sorrise (e questo era già un motivo sufficiente per essere felici) e liberò il posto davanti a sé.
“Ciao! Ti ho tenuto il posto…”
E che ne sapeva lei di quanto lo aveva reso felice con quella puttanata?
“G-grazie…”
E passarono un paio d’ore sui libri. R. riuscì anche a studiare sul serio, carico per il fatto di aver assistito ad un seminario, il che gli aveva fato ricordare che quel che studiava era la sua vera passione, in realtà. E produsse molto. Una gran bella giornata. Finché non arrivo la telefonata di Mario.
Uscì fuori dall’aula studio e rispose al cellulare.
“Oh, R… che stai facendo? Sei libero?” Aveva la voce un po’ bassa.
“Sono a studiare con Stella. Com’è andata?”
“Ti dirò. Si chiama Laura. Comunque non volevo disturbarti, ci sentiamo stasera…”
“Oh, tutto bene?” Domanda retorica.
“Sì, sì, tranquillo. Non è niente.” Mario non provò neanche a mascherare la sua bugia con un tono di voce allegro. Un po’ perché sapeva che R. avrebbe capito lo stesso, un po’ perché proprio non ce la faceva.
“Non ci credo… che è successo?”
“Ma niente di importante, dai… te lo dico stasera.”
“Se preferisci così… ma guarda che se vuoi…”
“No, tranquillo. A stasera, dai.”
“Ok… oh, tirati su, eh? Ciao…”

L’umore di R. era un po’ calato. Era tanto che non sentiva Mario così abbattuto. Si preoccupò al punto che gli era impossibile mascherarlo e Stella gli chiese cosa fosse successo. Lui le raccontò tutto. Non avevano mai parlato di questioni di cuore ed R. fu contento di scoprire come Stella si ritenesse un po’ sfigata, come non trovasse neanche lei qualcuno che le volesse bene sul serio. Era ancora libera, quindi.
E quella era stata proprio una bella giornata.

Quando R. tornò a casa, chiamò subito Mario, ma la madre gli disse che non era ancora rientrato. Che fosse ancora a zonzo con Laura? Allora come mai era triste al telefono? Era il caso di disturbarlo? Beh, sì, era il caso.
Lo chiamò sul cellulare e Mario rispose quasi al primo squillo. Strano, per uno che di solito non risponde mai perché non ricorda dove ha messo il cellulare.
“Oh, dove sei? Disturbo?”
“No, no… senti… stamattina è successo un casino…”
“Ma l’hai conosciuta, no?”
“Sì. L’ho messa sotto con la macchina mentre uscivo dal garage…”
“Sì, vabbè…”
“E’ vero… non sto scherzando…”
“Certo, certo…”
“Oh R… non sto scherzando.”
“………..dove sei?”
“In ospedale.”
“Cazzo. E’ grave.”
“Rischia di restare paralizzata dalla vita in giù. I medici non hanno detto ancora niente, ma non sentiva più le gambe,”
“Cazzo… sei in che reparto? Vengo lì…”
“Ortopedia.”
“Arrivo.”

Uscì di corsa. L’ospedale era abbastanza vicino e in dieci minuti fu lì. Trovò facilmente il reparto e vide Mario in sala d’attesa con la testa tra le mani. Gli si avvicinò senza che lui se ne avvedesse e gli posò una mano sulla spalla.
“Oh. Come sta?”
“Non mi dicono niente. Dicono che possono parlare solo coi parenti. E i genitori arriveranno tra un paio d’ore, pare. Lei è una studentessa fuori sede e i genitori si sono messi in viaggio immediatamente appena li hanno chiamati, ma ci vuole tempo.”
“Ma com’è successo?”
“Non l’ho vista arrivare… lei ha detto che non è colpa mia… però… cazzo… sono io che l’ho messa sotto!”
Rimasero lì seduti senza parlare. Non c’era nulla da dire, del resto. Non tra due che sanno comunicare in silenzio, che si percepiscono e basta.

Poi arrivarono i genitori di Laura. Agitati. Camminavano velocemente. Quasi correvano. “Dov’è mia figlia?”
Li portarono in una stanza. Furono minuti interminabili. Quando uscirono insieme ad un medico, il padre aveva un’espressione dura sul viso. La madre piangeva. Mario voleva andare da loro, scusarsi, chiedere di lei… ma si trattenne.
I genitori furono condotti dal medico nella stanza dove era tenuta Laura. E ne uscirono più di mezz’ora dopo. Si sedettero in sala d’attesa. Il padre ancora con la stessa espressione dura, ma resa assai meno credibile, quasi grottesca, dai suoi occhi lucidi. Sua moglie singhiozzava con la testa nascosta nella spalla dell’uomo.
Ed R. pensò che se le emozioni potessero avere forma tangibile, quella del senso di colpa sarebbe per certo stata quella del volto del suo amico in quel momento.
Senza alzarsi Mario disse: “Scusate… non so come dirvelo… è colpa mia… sono stato io… mi dispiace.”
“Vattene.”
Secco e deciso, il padre. Se non fosse stato per un tremito nella voce. Un tremito dietro cui si scorgeva il suo dolore immenso. Un tremito che rendeva tutto più difficile.
“Sì… certo.” E se ne andò a testa bassa.
R. non lo seguì subito. Prima si avvicinò ai genitori di Laura, si inginocchiò vicino a loro e disse: “Chiedo scusa, capisco che forse non è il momento… ma il mio amico voleva solo dirvi che se potesse contribuire in qualunque modo, sarebbe disposto a farlo. Per cui… lasciate che vi dia il suo recapito, almeno…”
Il padre annuì ed R. gli diede il numero di telefono di Mario. Poi salutò cercando di lasciar trasparire quanto fosse sinceramente dispiaciuto per quella situazione. Ottenne un “arrivederci” molto scontroso, ma non si aspettava neanche quello.
Uscì dal reparto e Mario lo aspettava lì.
“Gli ho dato il tuo numero.”
“Grazie.”

Andarono via ed R. accompagnò l’amico sotto casa. Si abbracciarono.
“Ehi, se ti serve qualcosa, chiamami. In qualunque momento.”
“Ora vorrei stare per un po’ da solo…”
“Certo. Ma non ti do più di tre giorni. Poi vengo a stanarti. E forse tre giorni sono anche troppi.” Un sorriso appena accennato.
“Ok… grazie.”
“Non mi devi ringraziare. E cerca di dormire.”
“Lo sai che quello non è mai un problema, per me.”
“So anche che oggi può esserlo.”
“Sai troppe cose, tu.”
Un sorriso forzato. Ma non finto. Perché R. era riuscito a toccare qualche corda giusta, a far sentire meglio Mario. Per cui quel sorriso fu un successo. Il più grande ottenibile in quel momento.
Quella notte non avrebbe dormito nessuno dei due.
I soffitti delle loro rispettive stanze da letto sarebbero stati particolarmente loquaci.

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COMMENTI:


Autore: Allanoon
( lunedì 21 novembre 2005, ore 10:52
)

OHI...nn cantarmela così..io voglio leggere la fine.niente scuse, va avanti!non si tradiscono i lettori fedelissimi come me!




Autore: cillablack
( domenica 20 novembre 2005, ore 21:05
)

ecco..e io invece nn vedo nessun effetto..ma mi fido e so che prima o poi lo finirai..




Autore: dulcinea
( domenica 20 novembre 2005, ore 16:40
)

beh, ma sei a Padova quindi è tutto diverso
ti si vede
ci si ride
si sta bene




Autore: D R A G O
( domenica 20 novembre 2005, ore 12:42
)

vedremo... vedremo...
ho quasi pubblicato tutto il materiale che avevo scritto a mano...
mancano solo due episodi, poi dovrò ricominciare a scrivere.
Inoltre domani torno a Padova, per cui mi connetterò più raramente e avrò molti più impegni... quindi la storia subirà un drastico rallentamento.
Dubito di riuscire a scrivere più di due episodi a settimana.
Forse anche uno solo.
Abbiate pazienza.




Autore: dulcinea
( domenica 20 novembre 2005, ore 12:16
)

...’vanti...ma sta pora tipa..

passerà per le mani dei miei colleghi o cosa?




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