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NICK: D R A G O
SESSO: m
ETA': 25
CITTA': Padova
COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
STATUS: single

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STO LEGGENDO
Non ve lo dico neanche se mi pagate.
Però se mi pagate davvero magari ci ripenso.


HO VISTO
...cose che voi umani non potete neanche immaginare.


STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato.
E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Quello che capita.
E grazi al cielo capita sempre qualcosa.


ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può.
E allora mi faccio bastare il resto.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!


OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto.
Quello che si adatta a tutte le situazioni.


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)

 


MERAVIGLIE

1)


Messaggio di D R A G O da commentare:
Brandello N°14


Alla fine il Primo di febbraio passò senza nessuno sconvolgimento particolare. Fu anzi una giornata abbastanza banale. Del resto era solo un giorno qualunque… dove sta scritto che il Primo de mese debba essere una giornata particolare? E’ uguale al Secondo del mese. E al Terzo. E via così. Però in questo caso fu il Secondo, a non essere uguale al Primo. Fu l’inizio di un importante countdown: mancavano infatti dieci giorni all’Undici e l’Undici era per tutti i personaggi di questa storia una data molto importante. Anche se ancora non sapevano perché quell’anno sarebbe stata speciale per tutti.
Stella l’Undici Febbraio c’era nata. Mario ed R. si erano conosciuti proprio in quella data ad un concerto. Lisa lo stesso giorno di qualche anno prima prendeva invece la patente e da allora iniziò a girovagare nella sua Ka grigia, il che era per lei più importante di quanto alla gente possa sembrare importare un evento del genere. Laura, che qull’anno avrebbe passato l’Undici Febbraio in un letto d’ospedale, esattamente 365 giorni prima aveva visto per la prima volta un tipo che aveva intaccato la sua diffidenza verso i colpi di fulmine; desiderò conoscerlo, ma lui non vide lei, quella volta. Era un certo Mario, l’amico di un’amica della miglior amica di Laura.
L’unico che non aveva ricordi ricordi speciali legati all’Undici Febbraio era Fra, ma poiché al Destino piacciono queste assurde combinazioni, quell’anno sarebbe stato diverso. Molto diverso.

Era però ancora il Secondo del Mese; e in tutte le storie che prevedono un gran finale ad effetto, i giorni prima della conclusione tendono a scorrere lenti e pieni di intensi accadimenti. È un cliché a cui neanche la forza del Destino può opporsi.

Il freddo, il 2 Febbraio, si sa far sentire. E la pioggia aveva ceduto la scena alla neve. E la neve conciliava benissimo il sonno di R. che appena alzatosi decise i tornare a dormire. Era un giovedì, quindi come ogni giovedì doveva andare in aula studio a cercare di concludere qualcosa sui libri, ma il letto era così insolitamente comodo e le coperte così avvolgenti… e poi erano ancora le 07:30… richiuse gli occhi, felicemente rassegnato a poltrire.
Ma alle 07:32 il citofono decise di dire la sua. Due volte.
R. barcollò fino alla porta d’ingresso e proprio mentre sollevava il ricevitore, questo suonò una terza volta, facendolo sobbalzare e facendogli scivolare la cornetta di mano.
“Ehi?” sentì dire dall’apparecchio che penzolava contro il muro. Lo raccolse.
“Chi è?!” Se un cadavere avesse potuto parlare avrebbe avuto una voce certamente più viva.
“Ops… mi sa che t’ho svegliato… cavolo… Stella mi dice che sei sempre sveglio a quest’ora… e io…”
“Ma chi è?!”
“Ehm, sono Lisa…”
“Ah, ciao…”
“Senti, visto che ormai t’ho svegliato e si sente che sei già tutto bello pimpante, facciamo che mi offri un caffè? Dai, vestiti che ti aspetto…”
“Ma… potrei anche metterci un po’ a prepararmi…”
“Andiamo, sei un ragazzo… se ci metti più di quindici minuti a scendere mi toccherà dubitare della tua mascolinità.”
“Cronometra. Arrivo.”
Perché gli uomini, davanti alle sfide, sono troppo fessi per tirarsi indietro.

R. chiuse la porta di casa e iniziò a scendere le scale.
-Qui finisce che mi faccio la sua amica, non Stella. Bah, almeno è fica- pensava R. concedendosi per gioco alla superficialità, senza crederci minimamente, ai suoi pensieri. Uscì dal portone e Lisa sorrise.
“8 minuti e 53 secondi. Che uomo”
“Avevi dubbi?”
Perché quando tra due persone può esserci complicità, non serve che si conoscano da tempo. Basta un attimo. Basta uno sguardo. A volte non serve neanche quello.

Andarono insieme in bar. R. chiese subito a Lisa il perché di quella visita a sorpresa. Del resto un perché doveva esserci per forza. E lei non provò neanche a negarlo; sarebbe stato inutile e stupido.
Ma fecero le cose con calma, chiacchierando prima delle loro famiglie (Lisa aveva genitori benestanti che gestivano un rinomato ristorante), di università (Lisa faceva ingegneria), di amici (Lisa usciva dalle parti del Duomo), di passioni (Lisa cantava in un gruppo rock), di passatempi (Lisa adorava andare in giro sulla sua Ka grigia), di vita sentimentale (Lisa era impegnata) e di vita sessuale (Lisa era lesbica).

Poi R. non resistette più e la spronò a dire ciò che doveva. Era chiaro che centrasse Stella; chi altri se no? Ma cosa poteva essere?
“Allora… tu sai che Stella ha un po’ di casini, no? Non sai però di che genere siano e io non posso raccontarteli, ma è roba abbastanza importante; per cui se lei ti sembra scostante, non vuole assolutamente esserlo nei tuoi confronti in realtà. Volevo dirti questo.”
“Ok, ma… lei come sta? Spero siano cose risolvibili…”
“Bah, vorrei sapertelo dire. Non è roba di salute comunque. Almeno in quella sta benone.”
“Meno male… però scusa… sul serio sei venuta a chiamarmi per dirmi solo questo? Concedimi di dubitarne…”
“Beh, sì… ma voleva anche dirti che… ecco… questa è un po’ più difficile, perché può ferirti… beh, mi tocca. Senti: lei adesso è presa da questi casini e non ha testa per reggere le avances di qualcuno a cui vuole molto bene, ma non nel modo in cui questo qualcuno vorrebbe… e…”
R. assimilò il resto del discorso senza prestarvi troppa attenzione. Un due di picche indiretto così non lo aveva mai ricevuto.
“Ehi Lisa! Tranquilla, ho capito. Figurati se mi metto a provarci con Stella ora. Ok che ci sto un po’ male, ma mi passerà!”
“Non sei un granchè a dissimulare quando qualcosa ti fa soffrire davvero… mi dispiace tantissimo, sei un tesoro…”
“Ma dai figurati! Chi non lo farebbe!”
“Fra non lo farebbe.”
“Chi, il fighetto?”
“Ah ah! Sì, lui. Non lo posso proprio vedere. Secondo me vuole solo farsi la mia amica e sta approfittando della confidenza che ha con lei. Lui sa tutto dei problemi di Stella, anzi è stato lui a scoprirli per puro caso e a comunicarli a lei!”
“E Stella con Fra…?”
“No tranquillo… almeno finora non è successo niente. Ma lui è un po’ infido. Spero non si approfitti troppo del fatto che Stella è decisamente sottosopra, in questo periodo.”
Il resto della chiacchierata non fu interessante e non durò neanche molto. Si salutarono, R. tornò a casa a prendere i libri, avendo ormai deciso di andare in aula studio. Lisa invece tornò alla sua Ka grigia.

Montò in macchina, contenta di aver parlato con R. Davvero una bella persona. Peccato che secondo Stella lui non avesse il “quid”. Che stronzata, poi, il “quid”. R. era uno da non lasciarsi scappare, eppure alla fine i tipi come lui non se li prende mai nessuna. Pazzesco. Roba da diventare eterosessuali, scherzò Lisa tra sé e sé.
Aveva apprezzato molto come R. si fosse impegnato a non infastidire Stella anche se la cosa gli procurava evidente sofferenza.
E prima ancor era stata contenta di scoprire un po’ di cose su di lui che neanche Stella sapeva. Cose importanti. Cose che facevano onore a R.
Avevano parlato di vita sessuale (ed R. si dichiarava onanista part-time da fin troppo tempo), avevano parlato di vita sentimentale (R. era perso per Stella, ovviamente), di passatempi (R. scriveva piccoli racconti e giocava a calcetto, ogni tanto), di passioni (R. aveva la passione per la pioggia. Cosa strana, però a suo modo romantica), di amici (R. usciva ogni tanto in piazza, ogni tanto con Mario), di università (R. faceva psicologia, ma era un po’ indietro con gli esami). E fin qui tutto normale. Un curriculum perfetto per un post-adolescente sfigato medio, come Mario avrebbe commentato.
Ma avevano parlato anche di famiglia. E qui era venuta fuori la bomba della giornata. Perché R., da ormai cinque anni, era orfano di entrambi i genitori.

Morti in un incidente stradale, mentre rientravano a casa una sera. Un imbecille aveva imboccato la tangenziale contromano dopo aver bevuto un po’ troppo… e bum. Tutto finito.

Lisa si sentì morire dentro e poté solo ammirare la forza con cui R. aveva ritrovato un equilibrio. Lui le raccontò queste cose con gli occhi un po’ lucidi, ma con un sorriso che non era forzato. Un sorriso che voleva rassicurare Lisa. Un sorriso che sembrava dire: “Ti sto raccontando una tragedia, il dramma della mia vita. Che però è ancora la mia vita, ci tengo, mi sono ripreso. Se riesco ancora a soffrire per una che non mi vuole, vuol dire che ho superato la perdita dei miei genitori. Farà sempre male, ma sono ok.”
E un tipo così, lo puoi solo ammirare, pensava Lisa. Un tipo così, non puoi fartelo scappare. Un tipo così è la prova vivente che il “quid” è una cazzata.
Roba da diventare eterosessuali, pensò Lisa già un po’ meno scherzosa di prima.

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