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venerdì 16 maggio 2008 - ore 14:17


sono logorroica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Vale la pena essere sbagliati?
Ciò detto, partiamo dalla classica definizione da dizionario: l’origine della parola divertimento è il francese divertissement, che sta per digressione, distrazione. In italiano il primo significato è passatempo, svago. Quindi "divertimento" identifica un’attività che è diversa dalle solite, che serve ad allontanarsi e distrarsi dalla propria quotidianità.
E fin qui nessun problema, penso che questa definizione sia ineccepibile.
Il problema sta nel capire se il concetto di divertimento sia soggettivo o meno, ovvero se tutti possiamo divertirci allo stesso modo oppure no. Andando in giro il sabato sera sembrerebbe di sì: guardate che file chilometriche di fronte ai pub o alle discoteche. E poi una volta dentro a questi locali ci troviamo sempre di fronte alla medesima situazione: musica a palla in ogni dove, anche nei bagni. Tutto molto bello se uno fosse interessato solo ed esclusivamente a ballare. Però, a meno di non essere la reincarnazione di John Travolta, non ritengo sia possibile ballare per tutta la sera. Qualsiasi essere umano alterna al ballo momenti di rifrigerio al bar o altri di riposo con la propria compagnia. E qui viene il bello: come si fa a parlare con qualcuno se intorno a te c’è più rumore che dietro ad un jet militare? La stessa situazione avviene nei pub, nei quali molto spesso il livello di chiasso è tale da impedire ad un nutrito gruppo di amici di avere una conversazione tutti insieme; questo per il semplice fatto che coloro che stanno ai capi del tavolo non riescono minimamente a sentirsi. Quindi la serata si riduce ad una conversazione con i vicini di posto: se si è sfigati e capita di stare con chi non si vorrebbe, sai che tristezza. Ed allora in quella serata qual è stato il nostro divertimento? Se lo dovessimo valutare con i parametri da dizionario, è stato un buon diversivo e quindi un buon divertimento. E se lo dovessimo valutare con i nostri parametri?
E qui, come dicevano gli antichi romani, casca l’asino. Secondo me oggi si è molto condizionati dall’idea comune di divertimento e si imposta il proprio in base a standard predefiniti. Per questo quando usciamo molto spesso ci ritroviamo a fare sempre la stesse cose, cambiando magari scenario. Purtroppo ci ritroviamo anche a valutare se la nostra uscita ci ha soddisfatto in base a parametri che non sono proprio i nostri ma che la massa ci ha suggerito. A volte sembra che più si rincasa tardi, più ci si è divertiti. Secondo voi è vero?
Personalmente ho cominciato a farmi l’idea che non è il quanto ed il cosa si fa a determinare la qualità del divertimento, ma piuttosto il come. L’essere umano si realizza appieno quando esprime tutto sé stesso: corpo, razionalità e spirito. Quando curiamo uno solo di questi aspetti, ci manca qualcosa. Ecco, vedo che molto spesso mi/ci capita di divertirci trascurando qualcosa, e poi alla fine questo ci lascia quel fondo di insoddisfazione strisciante che alla fine non permette di stare completamente bene con sè stessi. La serata tipo molto spesso soddisfa le esigenze di svago di corpo e mente, ma non quelle dello spirito. Infatti quando la comunicazione con gli altri è ridotta ai minimi termini, ci manca quella vita profonda di relazione che è nella natura dell’essere umano. Ma purtroppo nei parametri di massa questa voce è poco considerata. Pensateci bene.
Che succede allora? Diventa sempre più difficile sviluppare dei rapporti interpersonali più profondi nelle occasioni che abbiamo per stare insieme. E’ un bel problema, perché a volte non se ne sente la necessità. Infatti un confronto profondo richiede la conoscenza di un tu diverso dall’io, e molto spesso fa paura. Ma è questo confronto che ci arricchisce e riesce a vincere quel senso di solitudine che molti di noi provano e che non riescono a spiegarsi o che, peggio, negano. Quel senso di solitudine si ha perché non abbiamo nessuno attorno al quale trasmettere il nostro io più profondo.
Mi diverto al massimo non quando faccio cose che si avvicinano all’impossibile, ma cose semplici, che sappiamo fare tutti benissimo. Cosa c’è più divertente di una serata assieme agli amici passata a ridere, scherzare e, ripeto, senza fare cose strabilianti come ubriacarsi bevendo bevendo bevendo senza più capire nulla o lanciarsi a folle velocità sulle strade statali in periferia con le conseguenze ben note. Il divertimento per me è anche andare al cinema passando per il negozio che vende solo stronzate. L’unica cosa è che il divertimento non deve celare i problemi della nostra vita quotidiana, diventando così il centro della mia esistenza. Se così è non è più divertimento, svago, ma diventa tutto ordinario e alla lunga potrebbe essere noioso oltre che, ovviamente, controproducente.
Perché divertimento anziché gioco? Ho paura che se parliamo di divertimento ci mettiamo dalla parte di ragazzi immaturi o di uomini che non sanno pensare a se stessi. “Ho scoperto – dice Pascal - che l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera…l’infelicità della nostra condizione, debole, mortale è così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo seriamente. Così l’uomo cerca di distrarsi e si disperde in attività che lo illudono mentre impegna sé stesso a illudere gli altri…." ”Gli uomini, aggiunge, non avendo potuto guarire la morte, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”: una frase che anticipa Heidegger quando dice che l’uomo non esce dalla genericità delle opinioni impersonali che dominano la chiacchiera quotidiana e se la morte è un evento ineludibile assolutamente proprio di ognuno, è sempre considerata come cosa degli altri e nessuno l’assume autenticamente su di sé. Indietreggiando nel tempo si potrà parlare di Schiller impegnato a tradurre il giudizio estetico kantiano in quel concetto di libero gioco delle facoltà umane che sostiene la possibilità di una risoluzione della storia, inaridita dalla divisione del lavoro, nella riconquista di un’armonia perduta. E non ho bisogno di citare Nietzsche che, attraverso o al di là della concezione dionisiaca e degli sforzi per assurgere alla volontà di potenza, sembra, nello Zarathustra che danza, innalzare sul gioco di forze cui l’uomo può consegnarsi, un gioco sempre più alto, fino a quel ripetersi eterno dell’uguale in cui ogni momento possiede tutto il suo senso.

Divertire = volgere altrove
Divertirsi = volgersi altrove

La qualità del divertimento deriva da una maturità psicologica. Quel volgere altrove può senz’altro essere indirizzato verso un’arte qualsiasi o,per assurdo anche verso il lavoro produttivo.Tutto ciò che piace può essere chiamato divertimento, l’essenziale che sia un volgere altrove.
Detto questo non ho altro da aggiungere sull’argomento, ognuno è libero di divertirsi nel modo che si sente addosso senza doversi per forza sentirsi dare del cesaroeo (a me poi??) o da veci che giocano a briscola, oggi in variante tombola.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, o meglio c’è chi crede di essere per forza nel giusto e chi non è come lui è l’ebete di turno, poi si parla tanto di rispetto in questo benedettissimo mondo quando non si riesce ad accettare la diversità nel modo di pensare e di agire diverso, chi mi dice quale sia il giusto o lo sbagliato?
Lo sappiamo noi se siamo felici di quello che facciamo e questa mi pare che sia la cosa più importante.
Ognuno ha la sua felicità, sia chiaro.

Passo e CHIUDO.


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b.lisa.82, 27 anni
spritzina di versa § il paese di spinoso
CHE FACCIO? arpieggio disturbando
Sono sistemato

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