
(Thanks Sanja, anche se lo preferirei senza "d" eufonica)
Mi piace che il mio blog sia un porto franco,
riposo per il navigante stanco,
finestra da cliccare rilassati
e a volte, forse, un po’ disimpegnati;
se pure qualche giorno resta in bianco,
non sono io che della voglia manco:
viviamo infatti in tempi concitati,
non sempre si può stare collegati.
Ma in quello che ci scrivo, sono vero:
scrivo di getto, scrivo senza ingegno
sia ai nomi noti, sia agli sconosciuti;
se mi si lascerà, passando, un segno,
che il commento lasciato sia sincero,
amici e ospiti: siete i benvenuti.

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Sono benvenuti suggerimenti, segnalazioni, insulti gratuiti.
E, se non fosse che le musichine di sottofondo dei blog mi danno l’orticaria, qui ci sarebbe questa.
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lunedì 9 agosto 2010 - ore 21.31
Holy mish-mash #9 (e ultimo)
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Martedì, 26 giugno (7/8): cow-boy scoutNon cè molto da dire sullultimo giorno di convegno. Qualcuno parte oggi, noi partiremo domani: un po di saluti, la promessa di trovarci a Oxford lanno prossimo, le ultime relazioni, lultimo
kosher buffet lunch. Io e il Castagnoli decidiamo di andare in visita a Jaffa, dove pare ci siano cose interessanti. Approfittiamo per fare un giro per il mercato. La cosa che ci colpisce di più è vedere diversi gruppi di ragazzini -- quanti anni avranno, quattordici, quindici? -- con divise stile boy-scout (ma più sul verde militare) e un
mitra a tracolla. Focalizzo un momento e mi rendo conto di averne visti anche a Tel Aviv nei giorni scorsi. Ne vedrò altri domani. E davvero un paese fortunato, quello che non ha bisogno di eroi.
Ceniamo in un ristorante libanese molto bello insieme con i compagni di viaggio, poi andiamo a nanna presto: domani si torna a casa.
Mercoledì, 27 giugno (8/8): ritorno a casa?Il nostro volo parte alla quattro del pomeriggio, ma ci consigliano di essere in aeroporto almeno tre, meglio quattro ore prima. Così prendiamo un taxi alle dieci del mattino e siamo in aeroporto alle undici e poco più. Per fortuna.
Solo per entrare nella zona riservata ai
check-in dobbiamo fare una fila di mezzora gagliarda, alla fine della quale controllano i documenti e i bagagli (li aprono e fanno il test per la polvere da sparo allesterno e allinterno). Il nostro check-in non è in un grande salone come in tutti gli aeroporti del mondo conosciuto, ma in una specie di stanzone grande più o meno come il mio salotto, nel quale si entra e si esce da due grandi arcate rettangolari che mi danno limpressione di essere chiudibili da pesanti portoni di metallo in meno di otto decimi di secondo. Lì non cè molta coda, ma i controlli sono ancora più scrupolosi di quanto uno potrebbe immaginare (soprattutto avendo appena passato la prima scrematura). Credendo di avercela quasi fatta, mangiamo un boccone rapido, poi andiamo nella zona di imbarco.
La coda sembra un dragone da capodanno cinese. Alla fine della coda si entra in uno stretto corridoio che ci smista in una decina di banconi di controllo, dove ci fanno togliere scarpe giacche orologi cinture pantaloni (metal buttons, sir) e passare sotto il metal detector, mentre aprono il nostro bagaglio a mano e controllano (rifacendo il test per la polvere da sparo) oggetto per oggetto. Comincio a non poterne più, voglio andarmene da questo paese di paranoici.
Il volo parte quasi puntuale. Allarrivo, i bagagli ci mettono quasi quaranta minuti a arrivare (ma avevo troppe cose per riuscire a incastrarle tutte nel bagaglio a mano). Il risultato è che perdiamo per pochi minuti il Malpensa Express, arrivo a Milano Cadorna alle otto abbondanti e in Centrale alle otto e mezza suonate. Scopro (ma ci avrei scommesso) che lultimo treno per Venezia partiva alle otto, ora cè solamente un regionale per Verona che arriverà alle undici e venti (e di lì sono certo che, a quellora, non troverò nulla per Padova). Mi rassegno a passare unaltra notte a Milano: chiamo lamico che mi ha ospitato la notte prima della partenza e mi dirigo verso casa sua. Mi rendo conto che sono proprio stanco, che vorrei essere nel mio salotto, con il mio computer e i DVD di Friends di cui mi sto sparando lintegrale in lingua originale, che ho quasi nostalgia di casa come quando avevo sei anni e non volevo restare a dormire dalla nonna. Quando capisco che ciò di cui sento più di tutto la mancanza del portatile con tutti gli strafanti che contiene, sorrido e capisco che i mesi passati in terapia hanno raggiunto lo scopo: se per risolvere la peggior schiavitù che mi opprime mi basta portarmi dietro un giocattolo di un paio di chili, penso di potermi davvero definire libero.
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lunedì 26 luglio 2010 - ore 14.30
Holy mish-mash #8
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lunedì, 25 giugno (6/8): social kosherNiente da segnalare a proposito della giornata lavorativa. Unica nota interessante, è cresciuta la consapevolezza di ciò che ci stanno dando da mangiare gli addetti del
catering scelti dall’organizzazione. Uno dei vassoi da cui possiamo pescare oggi contiene qualcosa che assomiglia spaventosamente all’arrosto di maiale al latte: è mai possibile che sia maiale? No, un rapido assaggio rassicura sul fatto che è manzo; ma mi risultava che anche il contatto tra la carne e il latte fosse qualcosa di molto poco ortodosso. Chiedo al mio compagno di camminate di ieri sera: Che dici che è? Mi chiedevo lo stesso, mi risponde, ma
not milk, for sure. Ah, dici che tutto quanto ci stanno dando è
kosher, eh? Mi risponde con una frase storica:
You can bet your ass it’s kosher.
La sera abbiamo la cena sociale in quel di Jaffa. Solita cucina libanese, solito
kosher dominante, nel complesso nulla che ricorderemo a vita. Ma, a ben guardare, poche sono le cene di convegno che meritano davvero di essere ricordate. A cena finita vorrei fare ancora due passi lungo il mare (non ho voglia di chiudermi in stanza con l’aria con
fezionata); da Jaffa, però, la camminata è un po’ troppo lunga. Però il nostro pullman ferma prima all’hotel Tal, pochi chilometri a nord del mio: scendo lì, mi accendo una sigaretta e inizio la camminata.
Anche se è notte, fa notevolmente caldo e si muove pochissimo vento, tanto che mi verrebbe voglia di buttarmi e fare una nuotata in quest’angolo del Mediterraneo. In effetti, potrei fare due bracciate verso quella signorina laggiù con il costume color carne e attaccare bottone...
... ah, no, non è un costume. E’ proprio la sua carne. Quindi, se mi ci avvicino, può finire solo molto bene o piuttosto male. E, comunque sia, sono troppo stanco. Meglio farsi un’altra sigaretta, va’.
Incrocio una discoteca, dove stanno rimuovendo una Porsche turbo nuova di zecca parcheggiata di fronte all’ingresso in apocalittico divieto di sosta. Tutto il mondo è paese, penso, e penso pure che il proprietario di quella Porsche non mi fa peccato, nemmeno un po’. In compenso, questa discoteca dev’essere una specie di calamita da topa: lì fuori e lì attorno c’è un’impressionante quantità di ragazze, una più bella dell’altra. Qualcuna risponde perfino ai miei sguardi con un’occhiata possibilista. Ma rimane il fatto che sono stanco.
Sarà la serata, sarà l’aria (il vento porta qua e là alcune zaffate di odore di Terra Santa), sarà che questo convegno è una cura ricostituente d’urto per il mio normalmente vituperato cervello; fatto sta che questa sera ho una visione periferica eccezionale. Vedo una ragazza che mi incrocia e che, quando pensa di essere fuori portata, si gira verso di me per controllare se la sto guardando o no. Ti ho vista, ciccia, ti ho vista, ma non meritavi una seconda occhiata. Oddio, la prima la meritavi ampiamente, comunque. Eppoi sono stanco, ho detto, e sono arrivato all’albergo. Buonanotte a tutte.
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venerdì 9 luglio 2010 - ore 09.05
Holy mish-mash #7
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Domenica, 24 giugno (5/8): inizia il convegnoDopo la consueta abbondante colazione attraversiamo la strada per prendere un bus che ci porterà allUniversità di Tel Aviv. La scuola di Teoria delle decisioni che cè qui è la più prolifica al mondo, sia in termini di dimensioni sia in termini di innovatività e produzione scientifica. Ciò mi rende straordinariamente curioso di vedere dove lavorano: a ogni curva che fa il bus cerco di guardarmi attorno e di indovinare quale possa essere la nostra destinazione.
Luniversità è un (bel) po decentrata, comè giusto che sia: tutte o quasi tutte le università di recente costruzione sono in estrema perifieria, in modo da avere meno problemi di spazio. In effetti, spazio ce nè, tutti gli edifici universitari sono bassi (tre piani, forse qualcuno a cinque) e circondati da unapprezzabile quantità di parcheggi e spazi verdi. Potrebbe quasi sembrare un moderno
campus allamericana, se non fosse per la recinzione alta cinque metri (con tanto di filo spinato e guardie armate) che circonda ogni isolato. Lautobus ci lascia in strada, dobbiamo entrare uno alla volta attraverso un tornello (sì, proprio come quelli che Maroni ha appena fatto mettere agli stadi) al di là del quale veniamo perquisiti da due guardie. Ci rassicurano: sta accadendo perché è la prima volta che ci vedono, da domani potremo passare tranquilli attraverso i tornelli, le guardie ci riconosceranno. Ah, beh, allora...
Una volta entrati, il clima si rasserena notevolmente: forse è leffetto di trovarsi tra persone ormai conosciute (con le quali, infatti, si riprendono immediatamente i discorsi interrotti lanno precedente), ma si riesce quasi a dimenticare la vaga sensazione di oppressione che qui in Israele sta tenendo compagnia un po a tutti. Dimenticarla del tutto, beninteso, non è immaginabile: sullo stipite di ogni porta è invariabilmente appeso il piccolo contenitore dove trova posto un rotolino di carta con le apposite parole della
Torah. (Quali versi, come si chiama il contenitore? Lavrò chiesto una decina di volte: i versi, mi pare, sono quelli del Deuteronomio in cui si dice che Dio proteggerà le nostre case e che dobbiamo scriverlo su tutti gli stipiti delle nostre porte -- sempre ligi ai precetti, i nostri bravi ebrei -- ma non riesco a farmi entrare in testa il nome delloggettino. Evidentemente rimuovo.) Per carità, si tratta senzaltro di presenze molto più discrete dei crocifissi appesi in qualche punto in vista della stanza; sono però altrettanto efficaci nel ricordare che lo Stato in cui ci troviamo è laico soltanto a parole.
Per fortuna, dallinizio della conferenza in poi, si rientra perfettamente nella normale amministrazione: i dementi sono rimasti dementi, i geni sono rimasti geni. I maniaci di alcuni argomenti assolutamente fuori dal seminato continuano a esserlo, gli autori di lucidi totalmente incomprensibili continuano a scriverne. Ma questo è lavoro. Nel campus, dove usciamo di tanto in tanto per le inossidabili pause sigaretta (con qualche scompenso: dentro ci sono circa quindici gradi in meno che fuori), osserviamo con curiosità il transito delle studentesse indigene: non malaccio, per carità, ma nel complesso poco o nulla di conturbante. Così ci diamo alla fantalinguistica (per dire, concludiamo che la giusta traduzione inglese di "raqquanti" è "ookmany").
La sera i grandi capi (tra cui il mio) devono incontrarsi a cena per discutere di cose importanti, in parte di ricerca, in parte di organizzazione del prossimo convegno. Ci troviamo quindi in un gruppo di giovani e decidiamo di andare a cena allavventura: troviamo, in una strada di media grandezza tipo via Aspetti a Padova, un baracchino di kebab -- a scelta, carne o tonno -- e facciamo spesa grande. Poi andiamo a mangiare in spiaggia: si potrà, ci chiediamo, o arriverà qualcuno con il mitra spianato? Decidiamo che vale la pena di rischiare, sperando che chiedano "chi va là" prima di sparare. Così iniziamo a chiacchierare, aggiornarci sulla nostra vita, discutere di speranze e frustrazioni (che sono i due pliastri su cui si regge la vita di chiunque faccia carriera accademica). Scopro che la "ragazza" che attira una cospicua percentuale delle mie occhiate (non è stata una scelta difficile: delle già poche donne che frequentano i convegni dei decisionisti, la maggior parte assomiglia a Zorba il greco o a Danny De Vito, ma con in più gli occhiali) è sposata e ha due figli. Tanto di cappello, sia per la forma, sia per lenergia.
Siamo vicini allalbergo dove stanno molti della compagnia: io e un altro stiamo ben più in su, per cui abbiamo un bel pezzo di strada assieme. Come pare inevitabile dopo una certa ora, ci si trova a parlare di donne. Lui ha da poco concluso una storia: riflettiamo sul fatto che la sua ex lo odierà per tutta la vita, quando fino a pochi giorni prima sembrava considerarlo la cosa più bella del mondo. Concordiamo che il confine tra le due cose è sempre stato sottile; ci troviamo divisi, però sullinterpretazione della cosa, che uno di noi trova piuttosto buffa e laltro, invece, trova molto triste. Non è importante chi pensava che cosa: ciò che mi importa è rendermi conto che sto inaspettatamente sostenendo la posizione contraria a quella che avrei pensato di avere e che probabilmente avrei sostenuto fino a qualche mese prima. E bello scoprire che sono ancora in grado di cambiare idea, ogni tanto.
Arriviamo al mio albergo, lui sta ancora un po più a nord. Ci salutiamo, ci rivedremo domani. Buonanotte, mondo.
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mercoledì 2 giugno 2010 - ore 12.58
Holy mish-mash #6
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Secondo intermezzo: Alta fedeltàCi sono romanzi brutti, romanzi così così, romanzi piacevoli e romanzi che non si può dimenticare di aver letto. Per quanto mi riguarda, senza dubbio "Alta fedeltà" di Nick Hornby appartiene a questultima categoria.
La storia è ingannevolmente semplice. Il libro si apre con la disamina da parte di Rob, un giovane trentenne (!), delle cinque più dolorose fini di rapporto damore della sua vita. Si scopre ben presto che tale classifica è ispirata dal fatto che la ragazza con la quale stava convivendo fino a poco prima ha deciso di andarsene senza dare il successivo recapito. Si scopre poco dopo che il nostro giovane trentenne è lo sconclusionato e idealista proprietario di un negozio di dischi di alterni successi e scarso rendimento e che quello di compilare classifiche de "le cinque più..." ("Top Five", nelloriginale in inglese) è una sua occupazione abituale in compagnia dei suoi due commessi, macchiette decisamente ben riuscite. Il resto del romanzo è la naturale evoluzione del suo inizio, ovvero le mille avventure di Rob tra le figure poco edificanti con la sua ex ragazza e il di lei nuovo convivente, i modi in cui cerca di dimenticarla o di continuare la sua vita e i suoi incontri con le ex della "Top-five" alla ricerca delle cause della sua infelicità. Già così, forse, le cose sembrano un po meno semplici; ma la forza del romanzo non sta nella storia in sé.
A mano a mano che procedevo nella lettura, mi era inevitabile mettere in parallelo questo libro con "Il diario di Bridget Jones", di Helen Fielding. Lovvia ragione sta naturalmente nel fatto che i protagonisti di entrambi sono due trentenni single; più di questovvia considerazione, però, conta il fatto che entrambi i romanzi, nella mia opinione, sono riusciti a fotografare in un modo eccezionale (sia per profondità nella semplicità, sia per efficacia) la
psicologia di due trentenni single dei due opposti sessi. Voglio dire anche di più: la grandezza di entrambi i romanzi viene forse proprio dal loro confronto e dal considerarli in parallelo, confrontando la spensierata e generica concentrazione di Bridget sul suo futuro ("Troverò un uomo?") con la cupa e quasi maniacale preoccupazione di Rob per il suo passato ("Perché le mie storie finiscono?"). In questo modo, laccostamento dei due libri diventa una specie di "manuale di istruzioni" per qualsiasi trentenne single di qualsiasi sesso, che ne può ricavare sia una chiave di lettura per interpretare le persone del sesso opposto con cui si dovesse trovare a interagire sia, soprattutto, un monito delle trappole psicologiche da evitare e un interessante suggerimento sulle domande che potrebbe essere intelligente farsi.
Credo che non serva dire altro: buona lettura.
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giovedì 15 aprile 2010 - ore 14.54
Holy mish-mash #5
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Shabbath, 23 giugno (4/8): GerusalemmeLa sveglia stamattina è un po’ più tranquilla, per una volta. In ogni caso, vediamo di essere pronti e pimpanti per le otto. Come ieri, la nostra guida è puntualissima. C’è molto meno traffico di ieri; per
molto meno non intendo come capita da noi la domenica, ma molto, molto più smaccatamente. Perfino i mezzi pubblici non fanno servizio il sabato, anche se lo stato israeliano si professa laico.
Iniziamo a fare un giro panoramico attorno alla città. Ci fermiamo di fianco al quartier generale delle Nazioni Unite a Gerusalemme, che fu il quartier generale delle forze britanniche durante la seconda guerra mondiale (tanto che, come càpita, la gente lo chiama ancora con il vecchio nome). C’è un punto panoramico da cui riusciamo a vedere praticamente tutti gli edifici importanti: la moschea della Roccia al centro della spianata del Tempio, la moschea di Al-Aksa, la chiesa della dormizione di Maria, quella di santo Stefano. Gerusalemme è a mille metri di quota sul livello del mare: l’aria è sensibilmente più fresca che a Tel Aviv.
Gerusalemme è considerata sacra dalle tre religioni che si ispirano al Dio mediorientale. Per gli Ebrei è il luogo dove si trovava il Tempio, edificato da Salomone, distrutto da Nabucodonosor, ricostruito al ritorno dall’esilio babilonese e distrutto definitivamente da Tito. Per i Cristiani è il luogo del sacrificio di Abramo (la Roccia da cui la moschea prende il nome), oltre che della passione e della resurrezione del Cristo. Per i Musulmani è, oltre ovviamente al luogo del sacrificio di Abramo come già detto, il luogo da cui Maometto è asceso al cielo. E’ sempre più chiaro perché siano secoli e secoli che si combatte per questa città, tanto che sembra difficile che si riesca a smettere.
Passiamo a un altro punto panoramico dall’altra parte. Quello è...? Sì, è proprio il muro. Pare che abbia risolto un po’ di problemi (ci sono molti meno attentati suicidi, per dirne uno), ma ne ha indubbiamente creato altri. Vedete lì, ci indica la guida, quello è un insediamento israeliano nel West Bank, "quelli che voi chiamate i territori occupati", ed è al di là del muro. Probabilmente sono stati contenuti un po’ di facinorosi, ma sono stati anche isolati un bel po’ di cittadini. Ma basta con i discorsi tristi, è tempo di muoversi.
Il semaforo che porta al quartiere ortodosso è effettivamente spento.
Parcheggiamo di fianco all’ingresso di un giardino che si trova subito fuori dalle mura. Il cancello ci informa gentilmente che si tratta del giardino degli ulivi del Getsemani (cioè frantoio, in aramaico).
Rompono le scatole a un paio di noi perché hanno i pantaloni troppo corti: la guida tenta di protestare e di sostenere che il rispetto non si misura in centimetri di gamba scoperta, ma preferiamo arrangiarci in qualche modo. Io infilo i pantaloni lunghi sopra a quelli corti (me li ero portati perché conosco i miei "polli" cristiani e so che non sono nuovi a queste pezze: in effetti, bisogna sottolineare che né gli ortodossi né gli armeni avranno nulla da ridire sul nostro abbigliamento), l’altro non trova nulla di meglio che comprare una kefiah e avvolgersela in vita. La contrattazione con il venditore mi fa sentire in una scena di "Brian di Nazareth". Comunque sia, finalmente possiamo entrare.

Ci sono ancora ulivi, nel giardino, ma molti di loro sono evidentemente giovani. Qualcuno, però, è decisamente anzianotto: si dice che abbia più di duemila anni e che fosse già lì quando Cristo pianse in quell’orto e rimproverò Giuda di tradire il figlio dell’uomo con un bacio. Eppure non riesco a sentire la suggestione del posto. Forse dipende anche dal fatto che il nostro compagno di avventura è tremendamente ridicolo con quella kefiah. Sta di fatto che non ci tratteniamo a lungo: passiamo rapidamente a visitare i mosaici della vicina chiesa dell’Agonia, per poi risalire in macchina.
Parcheggiamo lungo la circonvallazione (in un posto estremamente fantasioso, ma molto probabilmente in Shabbath non si possono nemmeno fare multe, chissà) camminiamo verso la porta di Damasco, attraverso la quale entriamo nella città. (Contestualmente, scopro che "la cruna dell’ago" è il nome dato a una delle porte pedonali di Gerusalemme. Tra le tante ipotesi che ho sentito su quella storia del cammello, questa mi pare una delle più plausibili, anche se a pelle propendo ancora per l’errore di traduzione e la versione col canapo.)
Per giorni ho cercato le parole per descrivere le sensazioni che ho provato entrando a Gerusalemme. Sembrano tutte inadeguate. Il clima che si percepisce da subito è quello di un equilibrio altamente instabile, di una convivenza lunga ma mai pacifica e sempre mal accettata, di un’apparente tranquillità che cela tanti rancori e pregiudizi più o meno inespressi. Eppure, nonostante tutto, non ci si sente oppressi da questa tensione; anzi, ci si sente in un posto che ha qualcosa di magico, di sospeso fuori dall’ordinaria realtà. La strada in discesa che porta verso il centro della città è circondata da negozietti, bancarelle e mercanti come una vera e propria
casbah mussulmana, ma molti dei negozi sono chiusi per Shabbath e in quasi tutti i banchetti di
souvenir si trovano una di fianco all’altra stelle di Davide, mezzelune e croci. In mezzo agli sciami di turisti vestiti "all’occidentale", si incrociano mussulmani in tunica, ebrei ortodossi vestiti di nero, suore, preti, frati cattolici.

Prestando una superficiale attenzione ai dialoghi che avvengono ai lati della strada, ritorna la sensazione di essere dentro Brian di Nazareth: "Quanto costa questa barba finta?" "Dieci sicli" "Va bene, la prendo" "Ma come, non contratti?". Ogni acquisto è un bonario ma impegnativo braccio di ferro psicologico tra compratore e venditore; ce ne accorgiamo tutti visto che Frank (lo stesso che ieri abbiamo dovuto tirare fuori dall’acqua dell’oasi prendendolo per le orecchie) ci fa perdere mezz’ora per comprare un paio di sandali.
Proseguiamo in discesa verso la chiesa del Santo Sepolcro, dove io e Castagnoli (che comincia a accusare la stanchezza, e in più ha voglia di fumare una sigaretta in pace) precediamo gli altri per attenderli in piazza. Il fronte della chiesa in sé non è affatto diverso da quello delle chiesette che è normale trovare nelle nostre città; anzi, per dirla tutta, la chiesa a metà di via Altinate è probabilmente più bella. Nah,
decisamente più bella. Ma fa specie pensare che questa che abbiamo davanti è la chiesa nata sui luoghi che si vogliono essere stati
quei luoghi, che lì dentro siano conservati quelli che la tradizione Cristiana ha riconosciuto essere la roccia dove la croce è stata piantata, il luogo dove la croce è stata ritrovata, la pietra dove Gesù è stato deposto, il sepolcro dove è stato tumulato (sia pure per un brevissimo lasso di tempo). Poco importa che io sappia, razionalmente e intimamente, che in giro per le chiese cattoliche del mondo ci sono abbastanza frammenti di croce per eseguire la condanna a morte di un plotone di disertori. Lì, in quel momento, la devozione e le preghiere della torma infinita di fedeli che negli anni sono venuti a visitare quei luoghi addensano l’aria fino a diventare quasi visibili. "Demoni", li bollerebbe un mio caro amico protestante; in effetti è difficile dargli torto, perché l’aria che si respira trasmette più la sensazione di oppressione e timore di un Dio vendicativo che quella di gioia e di amore per un Dio che ha dato suo figlio per noi,
Facciamo in tempo a fumare una sigaretta e Castagnoli fa in tempo a fumarne altre tre. Probabilmente Frank ha deciso di comprare anche una scatolina ricordo oltre ai sandali. Tant’è. All’arrivo degli altri, entriamo.
L’aria di stranezza che fuori era soltanto vagamente palpabile ora si fa quasi insostenibile. Ci metto un po’ prima di capire la ragione, ma ne vengo colpito come da un diretto quando la capisco: non c’è solo (tanta) superstizione, qui dentro, ma anche e soprattutto una mostruosa, fastidiosa, totale e deteriore lottizzazione. La pietra della deposizione è addobbata in stile greco ortodosso, mentre la cappella della flagellazione è austeramente cattolica; russo ortodosso è il Golgota, o meglio la sommità del medesimo (rigorosamente sotto vetro), mentre la cappella dove si vuole che sant’Elena abbia ritrovato la Croce è armena. Aspetto pazientemente che la guida racconti la storia su come La Croce sia stata riconosciuta fra le tre che erano state ritrovate (in modo ovvio: naturalmente, è quella il cui contatto ha istantaneamente guarito un paralitico portato in loco per la bisogna) e gli chiedo se quella della lottizzazione è solo una mia impressione o se c’è qualcosa di più. Lui parte con una tirata sul fatto che non solo è così, ma che dentro quella chiesa ogni stupidaggine diventa
casus belli. Mi indica una botola di legno dove sono piantate due borchie di ottone: la borchia di sinistra è stata messa dagli armeni (a cui compete la mezza botola di sinistra), perché si era aperta una crepa nell’asse di legno e quindi era necessario metterci un tappo in qualche modo. A quel punto, però, gli ortodossi (ai quali compete la mezza botola di destra) hanno piantato un casino al quale si è riusciti a mettere fine soltanto quando il capo della polizia ha imposto che venisse messa anche l’altra borchia e che la si facesse finita lì.
Nella zona del Sepolcro vero e proprio, l’aria sembra diversa. La sensazione diventa quella del giusto timore di Dio, del giusto rispetto reverenziale per un Dio fattosi carne (ci si creda o no) per assumere su di se i mali e i peccati del mondo.

La gente, in una coda spiraleggiante attorno al tempietto che circonda la pietra, è silenziosa, sottomessa, apparentemente in riflessione e preghiera. Ma anche qui, ci spiega la guida, le cose non sono come sembrano. Certo, questo luogo è comune a tutte le comunità che si spartiscono le aree di influenza nella chiesa: il fatto, però, è che ogni religione crede di avere più diritto delle altre di visitare il Sepolcro e, in passato, ciò generava una situazione più simile alla rissa continua che a un pellegrinaggio. E’ stato ancora una volta il capo della polizia a imporsi e a ottenere di piazzare degli uomini a sorveglianza (ora li vedo: sono in un angolo, seminascosti tra due colonne per rispetto alla santità del luogo, ma con il mitra in mano) e le transenne che obbligano la gente a mettersi in coda qualsiasi sia la loro religione. Ma non basta: i luoghi sono comuni, certo, ma chi ha il diritto di pulirli il lunedì e chi il martedì? Di nuovo litigi, di nuovo lottizzazioni, di nuovo tentativi di prevalere sugli altri, probabilmente confondendo l’inesistente prestigio di essere "in carica" durante giorni inutilmente ritenuti più "nobili" con l’affetto di un Dio che predicava l’amore tra i popoli e che promette di amarci indistintamente tutti come figli suoi. Alla fine, esco dalla chiesa più schifato che suggestionato.
E’ ora di pranzo. La nostra guida ci porta in un localino minuscolo imbucato in una vietta stretta e apparentemente pure piuttosto malfamata. L’HACCP è ben lontano dall’allungare le sue mani sui posti come questo; non voglio nemmeno pensare a quante decine delle maniacali norme igieniche della Comunità Europea siano violate contemporaneamente in così pochi metri quadri. Ma il posto promette "the best hummus in town" e mantiene egregiamente: per una pipa di tabacco mangiamo in modo eccelso.
Proseguiamo verso una chiesa russa dove, in recenti lavori di restauro, sono stati trovati i resti degli stipiti della porta da cui Gesù è uscito dalla città, croce in spalla e diretto in collina. Niente da segnalare, nel complesso.
Non si può andare fino al muro del pianto, cazzo! Dipende dal fatto che è sabato e che, come sempre per evitare rogne varie e eventuali, l’accesso alla spianata e al muro è limitato nei giorni sacri alle varie religioni. O, almeno, così ce la vendono. Sta di fatto che siamo arrabbiati e delusi: siamo arrivati fin qui e non ci è dato di fare questi ultimi trecento metri. Tentiamo di consolarci salendo sul tetto dell’Ostello Austriaco, sulla Via Crucis (concetto che qui, naturalmente, acquista un significato affatto più scioccante), dove la vista è effettivamente niente male.

Ma ancora una volta troviamo i segni delle mille assurdità di questa città: i tetti sono pieni di bandiere israeliane e, quando gli chiediamo perché, la nostra guida risponde che sono gli ebrei estremisti che comprano stabili a Gerusalemme al preciso scopo di issare la bandiera per far sentire in minoranza i cristiani e i mussulmani. Comincio a averne piene le palle di come gira qui.
Continuiamo a percorrere la via Crucis.

Penso che non sia necessario precisare che anche qui la lottizzazione regna sovrana. Sarà più importante e prestigiosa la stazione in cui Gesù cade per la seconda volta sotto il peso della croce oppure quella in cui il Cireneo si offre di aiutarlo? Dio, che miseria.
Ci rituffiamo in vicoli e vicoletti. Passiamo vicino all’Holy Rock Cafè (!) e poco più in là ci imbattiamo in un giovane ebreo ortodosso che cerca (senza troppo successo) di imporre la sua acritica e autoinfusa autorità su tre strafottenti pari età mussulmani, rei di essere appoggiati in modo irrispettoso sulla lapide di un personaggio importante per gli ebrei. Non c’è pace fra gli ulivi e, a occhio e croce, sarà difficile trovare il modo di mettercene un po’.
Torniamo alla porta di Damasco, dove visitiamo di sfuggita un museo cristiano. Ci sono un po’ di interessanti modellini della città ai tempi di Erode. Scopriamo che uno dei modi in cui si può dire "Gesù" in ebraico (lingua in cui esiste una certa libertà di arrangiamento delle vocali, così come in arabo) è l’acrostico di una cosa gentile e urbana sul tenore di "possa la sua memoria essere demolita". Non dovrebbe stupirci, ormai, che sia proprio questo il nome usato più spesso dagli ebrei israeliani; in effetti, forse non ci stupisce, ma sicuramente non migliora il nostro umore, né la nostra stima e le nostre speranze per quanto ci circonda.
Cerchiamo di bere un ultimo succo d’arancia, o una Coca Cola, in uno dei baretti lì attorno mentre aspettiamo che la nostra guida vada a recuperare l’auto (Castagnoli è decisamente molto stanco, ora). Il deteriore proprietario del baretto vorrebbe non darci nulla perché siamo solo in due e non mangiamo niente. Stiamo per mandarlo sonoramente affanculo quando, fortunatamente, cambia idea.
Saliamo in macchina, torniamo verso Tel Aviv. Siamo tutti piuttosto taciturni, abbastanza colpiti da quanto abbiamo visto, ognuno preso dal filo dei suoi pensieri. Ringraziamo la nostra guida, gli lasciamo una mancia congrua, rientriamo in albergo.
Sorpresa: il
concierge ci comunica desolato che le nostre camere non sono ancora pronte, perché a causa del fatto che siamo in Shabbath sono in ritardo con le pulizie. La risposta che si presenta spontanea nella mia mente è più o meno del tenore di:
Go capìo un fià de ritardo, ma xe anca le sie e mexa de sera, ghessboro! Poco male: ci offrono un
drink nell’attesa (non brevissima, ma tant’è).
Arrivo in camera, mi faccio una meritata doccia. Sono troppo stanco per pormi il problema di andare a cena: tanto di guadagnato per il fondo di ricerca e per i contribuenti che lo finanziano. Mi butto a letto e inizio "Alta fedeltà". Siccome ne vale la pena, va a finire che lo leggo fino in fondo prima di abbandonarmi tra le braccia di Morfeo. Da domani si inizia a lavorare.
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lunedì 6 agosto 2007 - ore 11.25
Holy mish-mash #4
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Venerdì 22 giugno (3/8): la Terra SantaLa colazione dell’albergo non è niente male. Va da sé che mancano i grandi classici dell’English breakfast, tipo pancetta, salsicce, wurstel, prosciutto e simili. Non credo che serva spiegare perché. In compenso, però, c’è pieno di cose apprezzabilmente interessanti, tipo aringhe in varie salse e, soprattutto, l’hummus. Comincio da subito a rendermi conto che molto probabilmente nella settimana che ho di fronte mangerò abbastanza hummus da farci affondare l’Andrea Doria; capisco anche che questo avrà delle conseguenze probabilmente dirompenti sui miei processi digestivi. Ma è troppo buono, che ci posso fare.
Alle sette e pochi minuti il fuoristrada della nostra guida ci aspetta fuori dall’albergo. La guida assomiglia in modo impressionante all’istruttore del diving di Hurghada (solo con la pelle un po’ più chiara, e evidentemente ebreo e non mussulmano -- ma in fondo non è così diverso, anche lui scrive da destra a sinistra), ma forse non è il caso di dirlo a nessuno che altrimenti rischio di fare la figura di quello che "i negri sono tutti uguali". La prima cosa che mi colpisce, salendo a bordo, è l’odore. Non si può definirlo davvero una puzza, ma è decisamente penetrante: un misto di cumino, sale, acqua di lago e erba secca. Mi renderò conto nei giorni successivi che esistono luoghi che hanno un odore inconfondibile e che quello che sto sentendo è l’odore inconfondibile della Terra Santa. Già questa è un’esperienza che mi fa sentire contento di essere qui.
Si parte e si infila l’autostrada. Ci rendiamo conto che Israele è davvero piccolo: in pratica, andare da Tel Aviv alla riva del Mar Morto significa attraversarlo da ovest a est nel punto più "largo", eppure in tutto si parla di un centinaio di kilometri (da Nord a Sud ne misura poco più di quattrocento e fa circa 20500 kilometri quadrati di superficie: il Veneto, per capirci, ne fa più di diciottomila). Passiamo di fianco a Gerusalemme e il panorama toglie il fiato: non ci fermiamo nemmeno per fare una foto, avremo abbastanza occasioni per farne domani.
Proseguiamo ancora verso est in un’autostrada di costruzione evidentemente recente. (Oh mio Dio, non sarà mica IL muro, quello?) Attorno a noi c’è il deserto (
una distesa di segatura, minuscoli frammenti della fatica della natura)

e si vedono lungo la strada le baracche dei pastori nomadi palestinesi.

E’ davvero questa la stessa gente che si lega una cintura esplosiva alla vita e va a farsi saltare per aria nei ristoranti di Tel Aviv? Venendo da lontano, tutto questo sembra ancora più assurdo vedendolo da vicino. "Emir, are we in the West Bank here?" "Oh, well, technically yes."
Tecnicamente siamo nei Territori occupati, ma non c’è stata una vera e propria frontiera, non si percepisce nessuna tensione. C’è un posto di blocco, ma ben al di là del confine, più una pattuglia stradale che una frontiera.
Iniziamo a scendere. Scendiamo parecchio, decisamente parecchio, proprio tanto. Non avrei creduto che qualche centinaio di metri di dislivello (il Mar Morto si trova a quattrocento e passa metri sotto il livello del mare) si sentisse, ma l’aria è percepibilmente più densa. Arriviamo in fondo e alla nostra sinistra c’è Gerico. Già qui il clima è differente, attorno alla città aleggia una cappa di ostilità quasi palpabile. La nostra guida ci dice chiaramente che è un posto dove non è consigliabile andare.
Proseguiamo fino alla riva del Mar Morto, che seguiamo procedendo verso sud. Lo spettacolo è incredibilmente suggestivo. Le montagne al di là sono giordane, il senso di terra di confine ora è incontestabile.

Arriviamo a Qumran, dove sono stati trovati i "rotoli del Mar Morto": è un sito archeologico molto ben curato, ma la cosa più impressionante è che si sente che questi sono i posti dove sono accadute cose che hanno cambiato il mondo. In qualche modo, la Storia diventa quasi palpabile, è come se la si respirasse.

Siamo tutti praticamente senza parole, e non dipende soltanto dal fatto che ci sono 35 gradi all’ombra (e che, naturalmente, non c’è ombra).
Proseguiamo verso l’oasi di Ein Gedi. Fa colpo vedere, in mezzo al deserto, una striscia di vegetazione così lussureggiante. Facciamo una camminata lungo uno dei rivi che scendono dal deserto di Giudea. Uno di noi si butta in una delle pozze, dobbiamo praticamente portarlo via a forza. L’acqua è calda, praticamente a trentasette gradi.

Scherziamo con la guida sul fatto che nelle nostre Alpi e Prealpi ci sono paesaggi simili, ma l’acqua è ben più fredda: concordiamo che avrebbe molto più senso avere acqua calda da noi e fredda da loro. Un po’ come il discorso che il sole sarebbe più utile di notte, quando è scuro, che di giorno, quando tanto è già chiaro. Non fa una piega. (Probabilmente è il caldo).
Scendiamo in spiaggia e ci tuffiamo nel Mar Morto. La sensazione di galleggiamento è perfino buffa, l’acqua è così oleosa e densa da sembrare satura (anzi, forse un po’ più che sembrare, visto che tutti gli scogli sono pieni di incrostazioni di sale). Nuotare è quasi impossibile, non c’è pescaggio. Quando usciamo, ci sembra di essere coperti di olio come un gladiatore.
Facciamo in tempo a allungarci fino a Masada, antica città ebraica in cima a una collina isolata che fu conquistata dai Romani dopo un assedio memorabile. I resti della città sono incredibili, la rampa che i Romani hanno costruito per portare la torre da assedio fin sotto le mura (diverse decine di metri sopra la base della montagna) fa ancora paura.

E questo è niente, dice la nostra guida, ma per apprezzare tutto quanto dovreste venire qui con un archeologo. Eh. La mente corre inevitabilmente dove è ovvio che corra, ma poi torna.
Torniamo a Gerusalemme. Lungo la strada passiamo di fianco a un quartiere ortodosso: la nostra guida ci indica un semaforo e ci spiega che domani sarà spento, perché in Shabbath non si guidano motori a scoppio e, quindi, non ci sarà nemmeno un’auto che entra o che esce da quella strada. Di qui iniziamo una lunga discussione sulla cultura e sulla religione ebraiche, che continueranno per tutta la sera. Sembra impossibile per chi è cresciuto in ambienti a egemonia cattolica, ma per gli ebrei il fulcro della religione sta nelle azioni, non nelle intenzioni. Insomma, non importa che tu trovi intelligente o stupido non mangiare maiale o non accendere lampadine il sabato: l’importante è che tu lo faccia e se lo fai sei un buon ebreo, indipendentemente dalle intenzioni.
Prendiamo possesso delle nostre stanze allo Sheraton, ci facciamo una doccia veloce e andiamo a cena in un ristorante libanese (il che suona un po’ paradossale, ma in fondo la cucina israeliana è fortemente ispirata a quella di quei vicini). Scherziamo un po’ con le cameriere, entrambe estremamente carine, ci facciamo spiegare un po’ degli alfabeti arabo e ebraico. Assaggiamo i (le?) Baklawa, dolcetti a base di miele e pistacchi: tremila calorie per morso, ma semplicemente deliziosi. Il vino del Golan si lascia bere molto amichevolmente, torniamo in albergo un po’ brilli tutti e cinque, ma questo non basta a cancellare l’emozione di essere a Gerusalemme, che domani visiteremo.
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mercoledì 1 agosto 2007 - ore 08.51
Holy mish-mash #3
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Primo intermezzo: EragonHo attraversato la fase di passione per il fantasy più o meno verso la metà del liceo, quando ho letteralmente divorato Tolkien e, naturalmente, la saga di Shannara secondo Terry Brooks e quella di Dragonlance secondo Margaret Weis e Tracy Hickman. Poi la cosa si è notevolmente affievolita e si è definitivamente spenta quando ho scoperto Terry Pratchett: da allora, non ho più letto nessun fantasy oltre alle sue stupende contaminazioni demenziali e satiriche. Perciò ho affrontato questo libro, pur prestito di un amico assolutamente degno di fiducia, con una certa diffidenza, sostanzialmente soltanto per capire se secondo me meritava di essere il fenomeno mondiale che è stato.
Ebbene: anche se la risposta non è un "sì" netto, siamo decisamente più vicini a quello che al no. La storia è congegnata abbastanza bene, lesagerazione che non manca mai nelle storie eroiche è tenuta a un livello di plausibilità ben più che accettabile. Certo, alcuni "colpi di scena" sono assolutamente prevedibili e perfettamente "ordinari" secondo i crismi classici del genere, ma nel complesso la cosa è decisamente perdonabile. Anche lo stile narrativo non è affatto malvagio, ben più che apprezzabile considerando che si tratta dellopera prima di un sedicenne. Anzi, forse questo è proprio il principale punto di forza, visto che il risultato è un fantasy scritto con la scorrevolezza di un romanzo moderno.
Probabilmente la cosa più saggia da fare è rimandare unopinione più precisa a dopo la visione di "Eldest" (che a questo punto, nonostante il pesante commento negativo di Void, mi sento moralmente obbligato a leggere). In ogni caso, mi sento di dire che il tempo dedicato a "Eragon" non è stato sprecato.
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lunedì 30 luglio 2007 - ore 16.43
Holy mish-mash #2
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Giovedì 21 giugno (2/8): da Milano a Tel AvivSono completamente sveglio e lucido al primo squillo della sveglia. La cosa mi sorprende sempre un po’ quando, come oggi, ho dormito soltanto due ore e mi sono pure addormentato abbastanza avanti sulla strada dell’etilismo. Il mio ospite non si gira nemmeno nel letto. Speriamo che si svegli, l’ultima volta che abbiamo passato una serata assieme ha fatto tardi al lavoro.
Zompo sul taxi, passo a recuperare il capo al suo albergo (ovviamente era sveglio e scalpitante da chissà quando, per fortuna sono puntualissimo) e ce ne andiamo a Cadorna. Vado io a fare il biglietto per entrambi e becco una bigliettaia il cui modo è così affabile che, al confronto, Lucy dei Peanuts sembra Lucia Mondella. Se è così già alle sei del mattino, mi chiedo, che cosa diventerà prima di fine turno? Probabilmente a metà mattina fa uno spuntino sgranocchiando le braccia di un lattante. Il capo sta già fumando una sigaretta (e scommetto che non è nemmeno la prima, oggi). Per me è ancora troppo presto, aspettiamo di arrivare all’aeroporto.
Scendiamo dal treno e il capo insiste per fumare una sigaretta
prima del check-in. Sia, tanto siamo in anticipo mostruoso. Ci incontriamo con due colleghi di Torino con in quali ci si fa simpatia da sempre: facciamo due chiacchiere e ci mettiamo in coda assieme. Riarrangiando la divisione dei bagagli mi accorgo che il mio amico ospite ha dimenticato i suoi sigari nel mio zainetto. Vabbeh, glieli restituirò al matrimonio.
Dico, non ci faranno mica viaggiare in MD80, vero? Vabbeh Alitalia, ho capito, ma almeno per i viaggi intercontinentali avranno ben la decenza di usare, che so, un Airbus, no? L’argomento salta fuori più volte mentre ciondoliamo per l’aeroporto con gli amici torinesi in attesa dell’imbarco (e il capo se ne va periodicamente in bagno a farsi un’altra sigaretta). Così, quando saliamo sul pullman, scrutiamo le piste cercando di capire verso quale aereo ci stanno portando. Ci dirigiamo verso una zona piena di MD80. Poi ci fermiamo di fianco a uno dei due Airbus e tiriamo tutti un sospiro di sollievo. A bordo, signori, si parte. E’ solo mentre sorvoliamo la Grecia (più o meno) che finalmente mi rendo conto di che cosa ho dimenticato di portare: le ciabatte da mare. E vabbeh, le comprerò lì. Se avremo tempo per fare un salto in spiaggia, beninteso.
Atterriamo e cominciamo la trafila di controlli israeliani (passaporto, bigliettino da consegnare al poliziotto quattro metri più avanti, poi altro controllo con altro bigliettino...). Già mi sto rompendo i coglioni, ma mi sembrerebbe un giro in giostra se sapessi che cosa mi aspetta al ritorno. Nonostante il percorso a ostacoli, il capo trova il modo di imboscarsi un altro paio di volte. Ma quanto cazzo fuma, quell’uomo?
Usciamo con i bagagli e, prima di prendere il taxi, ci facciamo una sigaretta (stavolta mi unisco anche io e il capo si dichiara stupito del fatto che io abbia resistito così tanto senza fumare). Apro lo zaino per mettermi gli occhiali da sole e vedo che la custodia è vuota. Un momento di riflessione e capisco di averli lasciati al bar dove ci siamo trovati a giocare a Risiko l’ultima volta. Sono proprio pampe. Ci mettiamo d’accordo e prendiamo un taxi collettivo a tariffa concordata. Via, alla volta di Tel Aviv.
La prima impressione è quella di una città che vorrebbe tanto essere una media città statunitense ma incontra qualche serio ostacolo tentando di diventarlo.
I grattacieli e il traffico sono quelli giusti, ma la gente che si incrocia per la strada (dagli ebrei ortodossi, con i loro immancabili vestiti neri nei quaranta gradi all’ombra della candela pomeridiana, ai musulmani con le loro tuniche e turbanti) tradisce un ambiente diverso. Mi colpiscono i cartelli stradali, rigorosamente trilingue: inglese, ebraico e arabo.
L’albergo (il Renaissance Marriott) non è niente male, proprio sulla spiaggia.
Sono troppo stanco per pensare di comprare le ciabatte e farmi una nuotata; facciamo piuttosto due passi sul lungomare. Il capo prende un gelato, io una birra israeliana (non male, peraltro). Facciamo una fatica bestia a capirci in inglese: altro elemento da cui si rafforza l’impressione che la strada per diventare una città US-like sia un po’ tormentata. Ceniamo al ristorante dell’albergo: il rapporto qualità-prezzo è nettamente sbilanciato verso il secondo. Ma poco male, siamo troppo stanchi per farcene un problema.
Finisco Eragon e tento di prendere sonno più o meno alle dieci ora locale (le nove, in Italia): il fuoristrada che ci porterà in Terra Santa passa a prenderci alle sette domani, quindi la sveglia deve essere alle sei e mezza, cioè le cinque e mezza nel tempo medio dell’Europa centrale. Questa cosa della sveglia alle cinque e mezza comincia a sembrarmi una specie di nemesi. Ma vabbeh, come sempre ne varrà la pena. A domani.
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martedì 24 luglio 2007 - ore 12.14
Holy mish-mash
(categoria: " Vita Quotidiana ")
(Diario sparso e caotico di un viaggio in Terra Santa, con vari e incidentali annessi e connessi)
Mercoledì 20 giugno (1/8): da Padova a Milano Mi sveglio prendendomela un bel po’ più comoda del solito: stanotte devo fermarmi a dormire a Milano (l’aereo per Tel Aviv mi parte domani alle dieci e il mio capo, al solito ipercauto sugli orari dei mezzi di trasporto, vuole che ci troviamo in stazione Cadorna alle sei), per cui non ho la minima intenzione di arrivarci troppo presto. Tanto più che oggi è una giornata torrida a Padova, figurarci in mezzo al cemento meneghino. In compenso parto pieno di bagagli, pronto per un viaggio di una settimana che prevede, oltre al convegno in quel di Tel Aviv, un giro per Gerusalemme e il Mar Morto, con camminate per le terre desertiche che ivi non scarseggiano. Perciò, dopo un po’ di riflessione, decido sia pure a malincuore di non portare il mio fido portatile con me.
Dovrebbe darmi un passaggio in stazione il biondo. In realtà vari suoi ritardi (al limite dell’incredibile, mi ero abituato a pensare a lui come alla persona più puntuale del mondo) fanno sì che perda il treno che pensavo di prendere. Poco male, perché, a bordo del successivo, scopro che il treno dei miei piani era stato soppresso per rottura dell’aria condizionata in sette carrozze su dieci.
Non che l’aria condizionata funzioni in quello che poi effettivamente prendo, intendiamoci. Ogni tanto esce qualche sbuffo fresco, ma l’impianto si pente subito e ricomincia a sparare aria tiepida. Il risultato è un viaggio da scioglimento: il mio vicino dice che sono un ottimo
benchmark per capire se l’aria condizionata sta funzionando oppure no, perché nel preciso istante in cui si guasta comincio a sudare. Poco male, comunque, inizio "Eragon" e cerco di muovere quanti meno muscoli possibile.
Arrivo a casa dell’amico che mi ospiterà la notte. Pensandoci, considero ancora una volta che è incredibile come siamo rimasti legati a vicenda: ci siamo conosciuti nel 1997 a Perugia, dove seguivamo un corso estivo di matematica, e da allora ci siamo visti una ventina di volte in tutto. Ma c’è grande affinità e grande simpatia, tanto che ha perfino deciso di invitarmi al suo matrimonio a fine luglio. E poi è sempre bello sentirgli raccontare
perché ha deciso a tutti i costi che voleva conoscermi. Sia come è, mentre arrivo sta organizzando una fine di settimana ligure con la sua futura moglie, che gli telefona da Roma ogni due o tre minuti aggiungendo una qualche richiesta improbabile o chiedendogli di disfare quanto aveva già fatto e prenotato. Mi domando di sfuggita se sono proprio sicuro di voler finire anche io così; poi mi torna in mente che cosa vuol dire essere innamorati e concludo che, se mai mi ci ritroverò, molto probabilmente non me ne importerà nulla. Sono contento per lui.
La sera ci troviamo insieme con i "miei" dottorandi di Business & Administration. Visto che era una vita (dalla fine del corso, quindi... ottobre, cazzo!) che mi chiedevano di passare una serata assieme, ho furbescamente pensato di unire l’utile al dilettevole. Ricordo due bellissime ragazze tra loro: ci saranno? Sì, ci sono, entrambe. E una delle due mi guarda ancora in quello stesso modo. Ci penso. Ci ripenso. Decido di vedere come si evolve la situazione senza minimamente tentare di forzarla. Nel frattempo constato che il più brillante degli studenti del corso sta pensando alla carriera accademica. Forse c’è ancora speranza per il mondo, via. Ceniamo in una steak house, la carne è effettivamente buona. Offrono loro la cena a me e al mio amico! Protestiamo e insistiamo per ricambiare portandoli tutti a ballare (avevano comunque l’intenzione di farlo).
Tipicamente, mi viene voglia di ballare solo un paio di volte l’anno, se va bene. Oggi, fortunatamente e contro ogni statistica, è una di quelle volte. Il mio amico sostiene che la dottoranda dallo sguardo fatale ci starebbe anche subito, salvo che poi ci balla assieme e aggiunge che ci starebbe anche con lui. Non sarebbe la prima volta che sovrastima le sue possibilità, e le mie con le sue, per cui scelgo l’interpretazione prudenziale e lascio che la serata finisca seguendo il suo corso naturale. Nel caso avremo tempo in futuro, il dottorato è ancora lungo.
Arriviamo a casa, etilicamente impegnati, alle tre passate. La sveglia è alle cinque e mezza: dormirò pochino, questa notte. Ma poco male, quando sarò sotto due metri di terra avrò fin troppo tempo per riposare. Buonanotte, mondo.
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sabato 14 luglio 2007 - ore 16.54
Latito
(categoria: " Vita Quotidiana ")
e me ne scuso. Infinite cose da fare. Persone con cui parlare Convegni da preparare. Posti in cui andare.
Sono tornato da Gerusalemme e Tel Aviv, ma domani parto per Bressanone. Prometto però prossimi aggiornamenti, sia per raccontare la trasferta in Terra Santa, sia perché cè almeno una riflessione che deve assolutamente trovare spazio in questo blog. Non so quando ciò avverrà ma ci provo, cari i miei, ci provo.
Per intanto, buona giornata e buona vita a tutti.
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