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ONU - XX Assemblea Generale (1965):
"La XX Assemblea Generale dell’ONU (1965) dichiara la legittimità della lotta da parte dei popoli sotto oppressione coloniale, per esercitare il loro diritto all’ autodeterminazione e all’indipendenza.
Inoltre, l’Assemblea invita tutti gli Stati a fornire assistenza morale e materiale ai movimenti di liberazione nazionale nei territori coloniali".

ONU - Risoluzione 1514
"L’Assemblea Generale dichiara che: la soggezione dei popoli a dominio straniero, conquista e asservimento costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali, è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un impedimento alla promozione della pace e della cooperazione mondiali.
Tutti i popoli hanno diritto all’ autodeterminazione; in virtù di tale diritto essi devono liberamente determinare il loro status politico e liberamente perseguire il loro sviluppo economico, sociale e culturale".

Convenzione di Ginevra, Protocollo Addizionale I (1977):
"La lotta armata può essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all’autodeterminazione".

Tribunale penale internazionale
"In base allo Statuto del Tribunale penale internazionale, sono definiti “crimini di guerra”:
(1) attacchi lanciati intenzionalmente contro popolazione civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità;
[...]
(4) attacchi lanciati intenzionalmente nella consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti i vantaggi militari previsti".



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mercoledì 10 ottobre 2007 - ore 10:20


CRUDE DESIGNS
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Il post precedente (Arab woman’s blues) può considerarsi una specie di premessa a questo. Quando ho letto il blues della donna araba non ho potuto fare a meno di riportarlo integralmente, anche perché ha molto a che fare con questo post al quale sto lavorando da un po’. Purtroppo non ho più il tempo per scrivere che avevo una volta, e a volte a malincuore devo limitarmi al copia e incolla da altri blog, cercando di raccogliere il pensiero di altri quando si avvicina al mio.

Tutta quella rabbia verso un intero popolo non è condivisibile per tanti. Forse dovremmo prendercela contro un governo o una determinata politica estera, e non con un’intera nazione.

Ma il messaggio oltre le righe è comunque significativo: parla di un popolo esasperato, di un popolo depredato, delle proprie ricchezze, della propria identità, e di tante vite. Di un popolo consapevole che, quando tutto sarà finito, non resteranno che sassi, e un’intera nazione ridotta alla fame.

Con questa consapevolezza, odiare riesce facile.

Qualcuno, come pippiri, ha colto subito nel segno, individuando il reale spirito del post ("tanto va la gatta al lardo...").

Qualcun altro è rimasto aderente al testo, condividendone o meno le idee.

Qualcuno poi (non faccio nomi) ha messo in dubbio la reale esistenza della donna, o che davvero vivesse in Iraq, nella convinzione che chi arrivi a scrivere una cosa del genere non sappia davvero come stanno le cose, pertanto si nasconde dietro il blog di una fantomatica donna araba per ragioni esclusivamente politiche di critica verso il governo americano. Rifiutando non tanto di credere, ci mancherebbe altro, quanto piuttosto di porsi domande, di verificare se ci sia un fondamento di verità.

Mi chiedo se invece noi sappiamo davvero come si vive in Iraq dopo che "abbiamo portato la democrazia".

Tuttavia, ad una dichiarazione esplicita di odio, più che chiedersi se sia resa da una persona realmente esistente, più che sostenere che questa persona dice il falso perché non sa di cosa parla (E noi? Che cosa sappiamo? Quello che ci dicono i giornali?), bisognerebbe invece chiedersi se ci sia un fondamento di verità in ciò che dice.

Una donna che scrive su un blog non è una fonte attendibile? Benissimo. Andiamo in cerca di fonti attendibili.

Cosa è successo immediatamente dopo l’invasione e la deposizione di Saddam Hussein? Quale "democrazia" abbiamo portato? Quale "libertà"? E soprattutto, a quale prezzo?

Possiamo evidenziare due aspetti terribilmente in contrasto tra loro, diretta conseguenza dell’intervento dell’occidente, di cui solo l’occidente può considerarsi responsabile, e nessun altro


1) L’EMERGENZA UMANITARIA



Cosa ha davvero significato per il popolo iracheno la guerra?

Stendiamo un velo pietoso sul vergognoso embargo economico che l’ha preceduta. Dieci anni, e centinaia di migliaia di vittime, tra cui tanti bambini (e una vergognosa dichiarazione di Madeleine Albright, secondo cui "era necessario" che ho riportato sulla testata del blog insieme alla traduzione).

Dopo il primo intervento in Iraq, un embargo imposto dagli USA ha vietato l’importazione di viveri di prima necessità, attrezzi agricoli, medicinali, ecc, provocando centinaia di migliaia di morti per malnutrizione e malattie.

Questa situazione protrattasi per anni è stata aggravata durante i bombardamenti che hanno causato la distruzione di abitazioni ed infrastrutture e la morte di altre decine di migliaia di civili.

Rispondo quindi subito alla obiezione: quella donna non sa come si vive in Iraq.

Forse questi signori lo sanno:
Dal sito della Croce Rossa Internazionale (chissà se esiste o è finto, e se le persone che scrivono ci sono state davvero o raccontano cazzate perché sono antiamericani), potete tranquillamente scaricarvi un report sull’attuale situazione di crisi umanitaria in Iraq

http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/html/iraq-report-110407


Oppure leggervi un po’ di articoli
http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/htmlall/iraq?opendocument&link=home

In Iraq è in atto una vera e propria catastrofe umanitaria. Il conflitto ancora in atto sta infliggendo terribili sofferenze alla popolazione. La piaga della situazione dei civili iracheni ci ricorda giorno dopo giorno il fallimento nel rispetto della dignità e della vita umana.

Sparatorie, bombardamenti, operazioni militari, omicidi, ed altre forme di violenza stanno costringendo milioni di persone a lasciare le loro abitazioni per cercare la salvezza altrove, in Paesi confinanti.

Si segnalano mancanze di cibo in vaste aree, e la malnutrizione è cresciuta rispetto all’anno scorso. L’acqua non potabile e la carenza di infrastrutture rappresentano un rischio per la salute pubblica.

L’eredità di distruzione del precedente conflitto e gli anni delle sanzioni internazionali imposte all’Iraq hanno esacerbato la crisi.


So già che qualcuno potrebbe obiettare: "ma le bombe, le sparatorie e gli omicidi sono dovuti ai terroristi che ancora si oppongono alle forze di pace".

E chi ha bombardato le infrastrutture e le fabbriche?

Chi ha imposto le sanzioni mettendo in ginocchio il Paese e giudicando la morte di mezzo milione di bambini "un prezzo necessario da pagare"?

E soprattutto: NON DOVEVA PARLARSI DI RICOSTRUZIONE?

Come viene attuata oggi la "ricostruzione" in Iraq?

Per fare fronte al disastro umanitario, alle carenze strutturali, ai civili, uomini donne e bambini che muoiono, che NOI abbiamo contribuito a provocare tagliando i viveri al vecchio regime, cosa stiamo facendo oggi, una volta che il regime di Saddam Hussein è stato rovesciato?

Abbiamo forse rimediato?

Ci chiediamo se tutte quelle morti fossero un prezzo necessario da pagare per rovesciare Saddam. Ammettendo che lo fosse (ma chi sostiene questo è un criminale di guerra), non saremmo forse oggi in debito verso quella popolazione di civili che si è trovata in mezzo?

Serve acqua, servono viveri, servono infrastrutture, servono impianti = servono soldi. Risorse. E dove le prende le risorse un Paese? in teoria riavviando la produzione, prendendo misure e facendo investimenti per l’occupazione, e godendo dei benefici in termini di ripartenza dell’economia, e soprattutto entrate fiscali.

È quello che accade in Iraq? Assolutamente no

È quando si parla di ricostruzione che si scopre il vero movente di fondo di tutta l’operazione militare: investire milioni di dollari e sacrificare qualche migliaio di bravi soldati (che saranno morti da eroi per aver combattuto il terrorismo) per riavere tutto con gli interessi.

LO SFRUTTAMENTO SISTEMATICO DELLE RISORSE DEL PAESE, che quando sarà spremuto fino all’osso farà la fine di tutti gli altri Paesi poveri depredati dall’occidente civilizzato, come le ex colonie africane o in America Latina.

2) RICOSTRUZIONE O SACCHEGGIO?

Iniziamo dal petrolio

Crude Designs - The rip off of Iraq’s oil wealth
È il rapporto elaborato da alcune organizzazioni non governative occidentali tra cui War On Want
( www.waronwant.org)
e The New Economics Foundation
( www.neweconomics.org),
liberamente scaricabile da internet in formato pdf a questo indirizzo:
http://www.waronwant.org/download.php?id=377

L’analisi dei ricercatori ci mostra le conseguenze della guerra sulla produzione e sulla vendita della maggiore risorsa economica della nazione: il petrolio. Ne ho tradotto alcune parti.


Mentre il popolo iracheno lotta per definire il proprio futuro tra caos e violenza, il destino della sua più importante risorsa economica è già stato stabilito a porte chiuse.

Questo rapporto rivela come una politica di regolamentazione sul petrolio che ha origine negli USA stia per essere adottata in Iraq subito dopo le elezioni di dicembre, senza alcun coinvolgimento della popolazione ed al prezzo di enormi perdite potenziali.

Gli accordi prevedono la destinazione della maggior parte delle riserve petrolifere dell’Iraq – almeno il 64% del totale – allo sviluppo delle compagnie petrolifere multinazionali.

L’opinione pubblica in Iraq si oppone fermamente al controllo dello sviluppo petrolifero in mano straniera. Ma attraverso il coinvolgimento attivo del governo statunitense e britannico, un gruppo di potenti politici e tecnocrati sta esercitando pressioni per un sistema di contratti a lungo termine che si pongano al di fuori de controllo della giustizia, dell’opinione pubblica o della democrazia in Iraq.

Le proiezioni economiche mostrano che questo modello di sviluppo proposto costerà all’Iraq centinaia i miliardi di dollari in termini di mancato guadagno, regalando invece enormi profitti alle multinazionali straniere.

Al prezzo di 40$ al barile l’Iraq può perdere tra i 74 e i 194 miliardi di dollari per tutta la durata dei contratti proposti ( vorrei ricordare che oggi il prezzo del petrolio si aggira sugli 80$ al barile ), soltanto per le 12 aree petrolifere analizzate.

Alle condizioni imposte dagli accordi, il tasso di ritorno degli investimenti delle compagnie petrolifere sarebbe tra il 42% e il 162%, molto di più della media di settore, che si aggira su un target minimo del 12%.

Privatizzazione = proprietà legale delle riserve.

Questo concetto ha permesso alle compagnie di negare che vi sia stata privatizzazione. Ma importanti questioni non sono state affrontate.

Il modello di sviluppo promosso in Iraq, e supportato da figure chiave come il ministro del petrolio, è basato su contratti conosciuti come PSA (Production Sharing Agreements), che esistono sul mercato dal 1960. gli esperti concordano sul fatto che i propositi di questi accordi sono prevalentemente politici.

Tecnicamente essi mantengono in mano allo Stato la proprietà legale delle riserve, ma in pratica permettono alle compagnie di stessi risultati che avrebbero con accordi di concessione.

I PSA sono sottratti al dibattito ed alle decisioni pubbliche, e vincolano i governi in termini economici per decenni.

Nel caso dell’Iraq questi contratti, sottoscritti quando il governo è nuovo e debole, la situazione in termini di sicurezza è precaria, e il Paese è sotto l’occupazione militare, le condizioni di un accordo sono estremamente sfavorevoli, e potrebbero persistere per più di 40 anni.

Nel dire la loro, le compagnie petrolifere sostengono che i PSA sono l’ipotesi standard dell’industria petrolifera, e che l’Iraq non ha altre soluzioni per finanziare lo sviluppo.

Nessuna di queste affermazioni è vera.

Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, i PSA sono utilizzati solo sul 12% delle riserve mondiali, in Paesi dove i giacimenti sono piccoli, la produzione ha alti costi, e l’esplorazione mostra prospettive incerte.

Nessuno di questi casi può applicarsi all’Iraq. Nessuno dei maggiori produttori del Medio Oriente utilizza PSA. Alcuni governi, come la Russia, che hanno sottoscritto questi accordi in passato, ora si pentono di averlo fatto (in Russia, con la veloce privatizzazione degli anni ’90, la sottoscrizione dei PSA è costata miliardi di dollari. È facile fare un parallelo con l’Iraq).

"Nel 2010 avremo una domanda di ulteriori 50 miliardi di barili al giorno. Perciò da dove dovrà provenire il petrolio? Benché molte regioni offrano grandi opportunità, il Medio Oriente, con i 2/3 delle riserve di petrolio e a prezzi più bassi, resta ancora il luogo in cui si trova ciò che cerchiamo. Sebbene le compagnie siano ancora ansiose di avervi accesso, si procede ancora a piccoli passi"
[Dick Cheney, "Speech at the Institute of Petroleum in London", 15/11/1999].

Due anni dopo, uno dei primi atti dell’amministrazione Bush fu quello di nominare Cheney vice presidente, dandogli l’incarico di dirigere la task force che si sarebbe occupata del reperimento delle fonti di energia destinate a soddisfare la domanda degli USA nel medio-lungo termine.

"In base agli studi, il petrolio del Medio Oriente resterà la risorsa centrale per le scorte mondiali. Il Golfo sarà l’obiettivo primario della politica energetica americana internazionale".
[National Energy Policy Development Group, "National Energy Policy Report", p. 8-5].

Le politiche energetiche statunitensi e britanniche sono coordinate.

"Al di fuori dell’Europa i nostri interessi sono più probabilmente influenzati dagli eventi del Golfo e del Mediterraneo. Instabilità in quell’area comporta rischi maggiori. Abbiamo interessi particolarmente importanti e vicine amicizie nel Golfo. L’offerta proveniente dal Golfo è cruciale per l’economia mondiale"
[Ministero della Difesa Britannico, "White Paper: Modern forces for the modern world (strategic defence review)", Luglio 1998, cap. 2 pag. 40].

"Le attuali previsioni nel settore petrolifero stimano la domanda globale nel 2030 a circa 120 milioni di barili al giorno, circa 45 milioni in più rispetto ad oggi. Benché si riconosca la crescente importanza della Russia e degli altri produttori non-Opec, una larga percentuale della domanda mondiale di energia, la capacità corrente installata nel Golfo (23 milioni di barili al giorno) potrebbe aver bisogno di essere portata a 52 mbd."
[Dipartimento USA del Commercio, Memorandum per il Presidente, "Transmittal of the Report of the US-UK Energy dialogue", 30/07/2003].

Come si può notare, è richiesta una capacità aggiuntiva. In questo contesto stupisce poco che nel programma di ricostruzione post-bellica il governo inglese abbia incentivato gli investimenti in Iraq.

In tutti i Paesi del mondo eccetto gli Stati Uniti, le riserve sono proprietà legale dello Stato. Non è mai stata una previsione realistica quella di poter privatizzare le riserve in Iraq. Infatti la nuova Costituzione lascia la proprietà legale in mano allo Stato. In realtà l’asse della questione andrebbe spostata su chi controlla e chi di fatto guadagna.

Sul finire degli anni ’60 furono introdotte in Indonesia nuove forme contrattuali: i PSA.

Con un meccanismo ingegnoso, i PSA lasciano la proprietà allo Stato, e come nel caso delle concessioni, gli investimenti delle compagnie straniere sono remunerati dallo Stato stesso. Da un punto di vista finanziario ed economico non c’è molta differenza tra PSA e concessioni. Ma politicamente sono molto diversi.

Nella concessione, lo Stato garantisce alla compagnia privata una licenza per l’estrazione del petrolio, che diventa di proprietà della compagna una volta estratto. La compagnia paga royalties e tasse.

Nei PSA il controllo dell’estrazione è formalmente in mano allo Stato. La compagnia privata estrae sotto contratto (come nelle concessioni), ma con la differenza che lo Stato è parte appunto di un contratto.

La prima parte di petrolio estratta va alla compagnia finché non ha recuperato tutti gli investimenti. Una volta recuperati i costi, i profitti si dividono. La compagnia è di solito tassata sui profitti ( l’imposta introdotta in Iraq dalla fine della guerra farebbe invidia a un paradiso fiscale: 15% ). Infine, i contratti sono blindati: proteggono le compagnie dai cambi di politica economica e dall’alternanza dei governi.


Ma non è finita qui. Il petrolio è sicuramente l’aspetto più importante, ma c’è ben altro.

Sul sito
http://www.export.gov/iraq/bus_climate/businessguide_current.html
che è il portale del ministero degli esteri americano, compare una bella guida agli investimenti in Iraq, che si può riassumere in una serie di punti facenti parte di un piano per creare una sorta di paradiso, anche fiscale, destinato al profitto delle multinazionali estere.
Il regime di politica economica imposto di fatto in Iraq è una autentica manna per gli investitori esteri, che negli anni che seguiranno potranno investire senza limiti nel Paese, detenendo partecipazioni fino al 100%. Lo Stato non avrà praticamente in mano niente. I capitali entreranno, frutteranno extrarendimenti, e i profitti usciranno senza portare praticamente benefici a lungo termine, senza essere reinvestiti, finché ci saranno risorse disponibili, e poi basta. E cosa ricaverà lo Stato da tutto questo? Niente altro che perdite. Perdite di introiti, mancati guadagni che andranno a finire nelle tasche delle multinazionali straniere. Poche entrate = quasi nessuna possibilità di ricostruire le infrastrutture e di effettuare investimenti che servirebbero oggi all’Iraq per rialzarsi in piedi.

A riprova del fatto che l’Iraq non era altro che una mucca da mungere e da spremere fino all’osso, basti pensare che già dal 2003 circolavano negli Stati Uniti progetti di ricostruzione.
"Negli scorsi mesi l’Amministrazione ha sviluppato un piano per ricorstruire l’economia e il sistema finanziario iracheni. E’ nostra informazione che le fasi iniziali sono contenute nel documento Moving the Iraqi Economy from Recovery to Sustainable Growth che sta circolando fra le aziende private americane in cerca di appalti" [Report for Congress, Received through the CBS web, Iraq’s economy: past, present, future , June 3, 2003, by Jonathan E. Sanford Coordinator foreign affairs, Defense and Trade division. Citato in P. Barnard, Perché ci odiano, BUR, Milano 2006 pag. 86].

"Appare evidente che già prima che gli slogan sull’urgenza di invadere l’Iraq per disarmare Saddam Hussein (già ampiamente disarmato) fossero dati in pasto alle opinioni pubbliche, esisteva una strategia a fini di lucro di cui erano informate le maggiori multinazionali statunitensi nel settore ricostruzione e non solo loro. Infatti uno dei capisaldi della pianificazione testé descritta era di privatizzare le aziende irachene di Stato, aprendole ai capitali esteri, che in Iraq significa vendere praticamente tutta l’economia nazioale dall’industria pesante all’agricoltura, dai servizi di ogni genere alla sanità, e ciò allettava diversi businessmen americani" [Barnard, cit. p. 87].

Sul sito
http://www.cpa-iraq.org/regulations/
è contenuto l’impianto principale della regolamentazione stabilita dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, elaborato dalla Coalition Provisional Authority, nata per gestire la famosa fase transitoria nell’attesa che l’Iraq fosse stato in grado di avere jun governo stabile.
Con le ORDINANZE, si sono posti i presupposti di fatto per attuare la privatizzazione ed il conseguente saccheggio del Paese, petrolio escluso, perché per quanto riguarda il petrolio si è provveduto con l’imposizione dele forme contrattuali di cui ho parlato sopra.

RIASSUMENDO (chi non avesse avuto voglia di leggere tutto il post può farsi un’idea da qui in poi):


Da un lato, il decennio di sanzioni imposte all’Iraq dagli Stati Uniti, e la successiva guerra per rovesciare il regime di Saddam Hussein con il pretesto che avesse armi di distruzione di massa (MAI trovate peraltro), hanno provocato l’emergenza umanitaria attuale. La popolazione ed il territorio sono oggi in stato di degrado, con gravi carenze di generi di prima necessità, energia ed infrastrutture.

Dall’altro lato, dopo aver spinto il Paese alla povertà (in quanto era l’unica strada possibile ed era il prezzo necessario da pagare per portare la democrazia), erano già pronti i programmi per le multinazionali in cerca di guadagni, che sono piombate come avvoltoi a depredare il Paese.

Questi i punti salienti del saccheggio:

- Accordi capestro per il governo iracheno, che mantiene la proprietà formale del petrolio, ma che gode in misura limitata dei profitti derivanti dall’estrazione e dalla vendita. Tali accordi vincolano lo Stato contattualmente per decenni, ed assicurano lauti profitti alle controparti, multinazionali estere del petrolio.

- Introduzione del Diritto di proprietà intellettuale per la protezione dei brevetti e dei copyright stranieri, in particolare americani (Ordinanze 80, 81 e 83). Con questa stessa legge oggi le multinazionali farmaceutiche vendono in Africa farmaci salvavita a prezzi che le popolazioni povere non possono assolutamente permettersi, rendendo di fatto possibile la morte di migliaia di persone per malattie che in occidente sono perfettamente curabili. Grazie a questa stessa legge si è creata un’importante premessa per il riconoscimento dell’Iraq nel contesto del libero mercato internazionale.

- Tassazione degli utili aziendali e individuali ANCHE PER GLI INVESTITORI ESTERI all’aliquota del 15% (Ordnanze n. 37, 49 e 84). Probabilmente in nessun altro Stato al mondo esiste una tassazione così bassa, e soprattutto, estesa anche ai redditi dei soggetti non residenti. Una vera e propria manna, un paradiso fiscale per chi investe. A scapito ovviamente delle entrate dello Stato, che a questi livelli, unitamente ai mancati profitti derivanti dallo sfruttamento del petrolio, dispone di risorse davvero scarse da reinvestire nel Paese.

- Nessun dazio doganale e nessuna restrizione alle importazioni (Ordinanze n. 12 e 54). Il Paese viene letteralmente inondato di prodotti a bassissimo costo provenienti dall’estero grazie ai sussidi di Stato o grazie al basso costo del lavoro, come per il prodotti cinesi. Questo è un altro duro colpo per la già disastrata economia del Paese. Centinaia di migliaia di tonnellate di grano provenienti dagli Stati Uniti sono entrate in Iraq, infliggendo un colpo durissimo ai contadini iracheni
[http://www.globalpolicy.org/security/issues/iraq/attack/consequences/2006/08agriculture.htm]
Per non parlare delle sementi OGM, che obbligano il coltivatore al riacquisto in quanto il prodotto finito non genera a sua volta semi.

- Con l’Ordinanza n. 94 del 2004 è consentito un numero illimitato di banche straniere, e la possibilità che un qualsiasi gruppo straniero possa arrivare a detenere fino al 100% di una qualsiasi banca irachena.

- L’Ordinanza n. 39 permette la privatizzazione delle aziende di Stato e dei Servizi, di sanità, trasporti, istruzione, energia elettrica, comunicazioni, acqua, carceri e molto altro. "In Iraq, un Paese a pianificazione centrale, questo significherebbe in pratica la vendita dell’intera nazione ai capitali esteri. Anzi, sarebbe meglio dire la svendita, e per una ragione molto nota: la mancanza totale di ordine pubblico e di sicurezza in quel Paese fa sì che chi oggi vende debba farlo a prezzi stracciati, per convincere l’investitore a correre alti rischi" [Barnard, cit. p. 91].

- Dulcis in fundo, con l’Ordinanza n. 14 vengono posti forti vincoli all’informazione. Fra le attività proibite dalla stampa interna vi è qualsiasi attività idonea ad incitare disordini civili, dicitura molto generica che si presta di fatto all’attuazione di qualsiasi censura a scopo preventivo.

Con questo ho terminato.
Qualcuno obietterà che i disordini civili e la lentezza della ricostruzione soo dovuti ai continui attentati terroristici (questo è per lo meno quello che ci dicono i media ufficiali).
Qualcuno magari inizierà a pensare che, nonostante vi siano gruppi di resistenza armata che compiono attentati, gran parte dei problemi li abbiamo portati noi e la nostra "democrazia".
Io penso che chi oggi resiste in Iraq, chi oggi lotta contro l’invasore, abbia un bel po’ di ragione da vendere, e sicuramente rabbia, tanta rabbia. Forse lotta con mezzi sbagliati...non lo so. Dovrei trovarmi nella stessa situazione forse per capire, non a casa mia, dietro un computer, con un bicchiere di vino e tante cose da mangiare, sopra una sedia comoda, con la luce e l’acqua calda in casa.

Comunque sia, quello che ho appena scritto proviene, come sono solito fare, da fonti attendibili, come chiunque può verificare semplicemente cliccando nei link riportati.
Chi avesse qualcosa da obiettare può farlo via speedy esprimendo il proprio pensiero, specificando appunto che si tratta della propria opinione.
Chi invece volesse spingersi a negare ciò che è scritto, potrà farlo solo a condizione di citare fonti altrettanto attendibili che affermino il contrario.




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tiredbrain, 46 anni
spritzino di da qualche parte in brianza
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