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sabato 6 febbraio 2010 - ore 13.48






chi non vorrebbe esserne amato?

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sabato 6 febbraio 2010 - ore 10.52


fili
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sono fili che ci reggono, fili che ci strangolano e come ragnatele corrono fra te e me. Sono fili che sostengono parole in equilibrio instabile, come tante ballerine tra le nuvole. Fili elastici ci uniscono e più ci allontaniamo più ci attraggono, elettroni intorno a un nucleo s’incrociano soltanto per un attimo e con un fil di voce si sussurrano qualcosa e poi ripartono. Fili della tela di Penelope tessuti e poi disfatti io e te, distanti come i capi di una corda che le nostre dita pizzicano e vibra come un organo di note silenziose ad ogni battito.. Tic..Tac.. Oscilliamo come un pendolo.. Burattini appesi a fili che le nostre mani tirano, che si annodano e a volte sfuggono.. Fili d’erba calpestati che a fatica si rialzano..
Due gradi verso l’alto, due a sinistra e in mezzo fili troppo tesi, fili di discorsi persi e poi ripresi senza mai venirne a capo, fili rosso cupo che ricamano indecifrabili messaggi in codice. Fili che riunisci in tracce che io adoro scioglierti, che legano i tuoi polsi docili a ricordi semplici. Fili d’oro tracciano parabole nel buio dell’estate dando ai desideri un’anima.. E tu diventi musica, suoni in metrica, armonia ipnotica : stregato da te che sei la mela della favola. Perduti nello stesso dedalo facciamo su un gomitolo ma il filo che inseguiamo è il medesimo. E un giorno taglieremo insieme il filo del traguardo e resteremo finalmente senza fili tra di noi... Guinzagli d’aquiloni insofferenti che strattonano per liberarsi e perdersi e rincorrersi nel vento...

fhnrg

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martedì 2 febbraio 2010 - ore 22.32


Credo che la frase "fattene una ragione" sia la più amara da ingoiare e la più dura da digerire, non vuol dire nulla, non significa nulla, non è d’aiuto e non è d’ostacolo. E’ superflua, ma come a volte le cose superflue scorrono via questa, stranamente, rimane. Perdi un amico, un amore, un lavoro, chi ti vomita addosso queste parole ti sbatte in faccia la poca rilevanza di quello che sta succedendo, ma, soprattutto, la tua totale impotenza. è così. non puoi farci nulla, sbraita quanto vuoi, la tua frustrazione è un grido in un teca di vetro. Fattene una ragione.
Non credo che Elisabeth Kübler Ross sarebbe stata d’accordo con l’abuso di questa espressione,la serenità probabilmente consiste nell’evitare di creare situazioni per cui possa essere usata incautamente, nell’evitare la frustrazione, da cui scaturisce la rabbia che immancabilmente verrebbe indirizzata nella direzione sbagliata, e nell’evitare, così, i disastrosi danni che ne conseguirebbero.
Il fatto che gli eventi reali siano difficili da accettare nella loro semplicità, nella loro sfortuna, nella loro mancanza di senso o nella loro crudeltà li rende troppo spesso materia di elaborazioni edulcoranti che ci lasciano speranze, illusioni...è in un posto migliore, lo rivedrò, lei tornerà...che solo il tempo ripulisce, e rimane quel senso di vuoto che non ti spieghi, ma non ci fai più molto caso e continui.
Quando te ne fai una ragione non te ne accorgi neppure.

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domenica 31 gennaio 2010 - ore 11.48




Un film che lascia a bocca aperta, era tempo che non vedevo niente del genere...come al solito all’Astra con una sala praticamente vuota, saranno stati venti spettatori in tutto...

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sabato 16 gennaio 2010 - ore 19.16


Happiness is just one step forward.



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mercoledì 30 dicembre 2009 - ore 23.50


dice wikipedia: [Santo] Stefano (... – Gerusalemme, 36) è stato il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli perché li aiutassero nel ministero della fede. Era ebreo di nascita. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, è il protomartire cristiano, cioè il primo ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il racconto del suo martirio ci viene dagli Atti degli Apostoli dove appare evidente sia la sua chiamata al servizio dei discepoli che il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso (Saulo) prima della conversione.

non me ne frega niente di Stefano. non sapevo neanche chi fosse nè cosa volesse. mi sono servito di lui come mi servo della mitologia cristiana per introdurre i pensieri di stamattina. mi sveglio e penso a lei, donna malefica.

non è una ragazza, è una donna, intesa come genere sessuale opposto all’uomo. il fatto che ne parli in questi termini rivela l’ossessione che mi porto dentro. da una parte lei, rossa conturbante, e dall’altra io, a guardarla come si guarda Salomè o una novella Teodora: attrice, prostituta, imperatrice.

fino a quando non la vedo sto bene, mi convinco di stare bene. poi la scorgo tra la solite facce, e cado nel Muspilli. parliamo un po’, lei ha quel solito sorriso a metà tra il suadente e lo schernitore. quegli occhi verdi tra la pelle incorniciata da rossi capelli. che figa, pensi mentre le parli. no, l’espressione non è quella corretta, non è figa: è solo carina. ha pure un po’ il culo largo. ma non te ne frega niente.

chissà se vede la mia voglia di tenerle il pene sulla bocca, su quella carne chiara da mordere. non è timida nel raccontarmi le sue vicende amorose. non sono invidioso. non è vero.

alla festa c’è anche un tuo buon amico. potrebbe limitarsi alle altre ragazze che ci sono, e invece decide di provarci con lei. tu guardi. gli romperesti un bicchiere in faccia e te la porteresti via. già prima hai tentato di convincerla ad andare ma lei voleva restare. parte l’ira profonda. allora capisci che non ce l’hai nè con lei nè con lui, ma solo con te. la prendi con filosofia, vedi come le cose evolvono, non vuoi entrare in competizione. forse è proprio questo il problema, non vuoi neanche pensare di doverti misurare con qualcun altro per averla. non è necessario, non la vedi neanche più come una ragazza: diventa un feticcio, un involucro sensuale dal cuore incorporeo. la dea puttana del piacere.

lui è più sbronzo di te. regge meno l’alcool e questo lo rende un rompicoglioni. gli sbirri se ne sono appena andati, qualcuno ha fatto più casino del dovuto. per questo motivo la barista vi caccia, tu ti incazzi con lui perché non capisce di doversi dare una regolata. lui ti ascolta e capisce. odi chi non sa bere. ma sai anche che in te parla l’invidia; se lei fosse tua il mondo terrebbe un’orbita diversa e lui potrebbe fare tutto il bordello che vuole. allora gli offri da bere, provi un piacere strano a nutrire la serpe in seno. lui ha finito i soldi e ti ringrazia con grandi pacche sulla schiena, ’sei un grande, ragazzo ti stimo’ dice. la gente che da sbronza non riesce a trattenersi non la sopporto. sia quelli così espansivi sia quelli più tranquilli. poi pensi che non è vero neanche questo: è lei che cambia il segno a tutto.

stamattina mi sveglio di merda. quando mi sveglio di merda ho spesso dei pensieri fissi che mi nuotano in testa. sento ancora l’alcool che mi scorre dentro, lentamente il sangue lo diluisce. mi tornano in mente le parole di Hesse nel Demian: We stood before it and began to freeze inside from the exertion. We questioned the painting, berated it, made love to it, prayed to it: We called it mother, called it whore and slut, called it our beloved, called it Abraxas....

ecco, lei è Abraxas: madre, puttana e amata. la dea del postribolo.

ma sei cosciente che sia da infanti rendere troia la donna che ti piace solo perché non puoi averla. che pensiero da borghese, misurato su quel senso della rispettabilità che tanto odi.non hai la forza di aprire il balcone, la luce ti terrorizza. oggi non riuscirai ad affrontare il mondo. hai pure finito le sigarette. fatemi una flebo di alcool e laudano. Non pensare.




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giovedì 12 novembre 2009 - ore 00.17


L’acquisto compulsivo e il poco tempo libero soprattutto fanno in modo che la mia casa sia piena di libri non ancora letti o letti a metà. Ho buone ragioni di pensare che alcuni di voi, , si trovino nella stessa situazione, e quindi vorrei un elenco dei libri in sospeso, nella speranza che altri fedeli lettori di sto blog mi dicano se vale la pena leggerli o, al limite, se posso regalarli ai banbini poveri.
Comincio io.
In bagno ho: “Solea”, di Izzo. Lo leggo a spizzichi e bocconi. Val la pena arrivare fino alla fine?
In camera da letto ho:
“Post mortem”, di Caraco (lo finirò a prescindere, ho solo bisogno, appunto, di tempo);
“Dalla parte di Swann”, di Proust (avrei voluto finire tutta la Recherche prima del compimento dei trent’anni, e invece mi sà che sticazzi);
“Storia notturna. Un decifrazione del sabba”, di Ginzburg;
“Cyclonopedia”, di Negarestani (ancora lui!);
“Storia della fotografia pornografica”, di Gilardi.
In sala da pranzo ho:
“Foto di gruppo con signora”, di Böll.




(Mi sono appena accorto che non leggo un libro dall’inizio alla fine da troppo, troppo tempo. Peste mi colga.)




si la n è voluta.

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sabato 7 novembre 2009 - ore 15.20


L’amore è un animale selvaggio
Ti annusa e poi ti insegue
Si avvinghia ai cuori infranti
Va a caccia di baci e candele
Succhia forte le tue labbra
Scava tunnel tra le tue costole
Si lascia cadere soffice come neve
Prima diventa caldo, poi freddo, alla fine fa male

Amore Amore
Tutti vogliono solo addomesticarti
ma alla fine, amore,
rimangono impigliati tra le tue zanne

L’amore è un animale selvaggio
Morde e graffia e mi salta addosso
Mi stringe con mille tentacoli
trascinandomi nella sua tana
Mi divora intero
e dopo tanti anni mi vomita
Si lascia cadere soffice come neve
Prima diventa caldo, poi freddo, alla fine fa male

Amore Amore
Tutti vogliono solo addomesticarti
ma alla fine, amore,
rimangono impigliati tra le tue zanne

L’amore è un animale selvaggio
Ti respira ti cerca
Nidifica sui cuori spezzati
Va a caccia vicino baci e candele
Mi divora completamente
e mi vomita fuori dopo tanti anni
Si lascia cadere soffice come neve
Prima diventa caldo, poi freddo, alla fine fa male

Amore Amore
Tutti vogliono solo addomesticarti
Amore Amore alla fine
impigliati tra i tuoi denti

L’amore è un animale selvaggio
Cadi sempre nella sua trappola
Ti fissa negli occhi
Incantato quando il suo sguardo ti colpisce

Per favore per favore dammi del veleno







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martedì 6 ottobre 2009 - ore 22.48


E’ passato quasi un mese da quando ho smesso di fumare e trovo che sia il momento giusto per raccontare la mia esperienza finora, nel tentativo di dissuadervi dal seguire le mie orme. Per dirla con GG Allin , "Porcatroia maledetta cagna mi sono di nuovo cagato addosso". Che non c’entra un cazzo, ma che ci volete fare - GG era fatto come un diplodoco da mattina a sera, mica ci si può aspettare che dicesse cose intelligenti.

Come dicevo, sono stato più o meno un mese senza sigarette, e mi sembra un ottimo momento per iniziare a tirare delle somme: partiamo dagli effetti benefici che sto traendo dall’esperienza.

...

Ecco. E ora passiamo invece ai lati negativi - segnatamente, dal primo e più importante: se riprendessi a fumare adesso mi sentirei ANCORA più coglione, visto che il sapore delle sigarette, già venti giorni fa, era diventato del tutto privi dell’attrattiva che aveva prima. Quindi, per ricominciare a fumare avrei bisogno di impegnarmi seriamente, come quando avevo 15 anni, che è una roba fottutamente imbarazzante, no?
Fin qui, uno si può anche dire "dio bufalo d’acqua mi si è infilato il microfono nel culo", se è GG Allin, oppure "ok, non fumare è un po’ l’obiettivo dello smettere di fumare" - e avrebbe anche ragione, almeno nel 50% dei casi. Purtroppo, però, il problema è che mi è passata la soddisfazione causata dal fumo, ma non l’insoddisfazione causata dal non fumare. Per spiegarmi meglio, è come se Silvio si facesse curare l’impotenza da una dottoressa figonissima d’assalto, che gli piglia l’uccello in bocca e se lo massaggia e se lo passa tra le tette e struscia sulla vulva eccetera - il tutto finché rimane floscio. Appena si rizza, si riveste e se ne va.
Ecco, è una roba del genere, ma con meno cazzi e vulve di mezzo.

Fin qui, comunque, è una cosa che si supera, noh? Cioè, basta non pensarci, oppure pensarci e superarla - e alla fine ti fai una ragione del fatto che, avendo smesso di fumare, una cosa che prima ti dava piacere adesso non te ne dà più.
Quello di cui sto invece faticando un casino a farmi una ragione è invece il deliberato e sistematico inganno che portano avanti gli altri ex-fumatori, inganno che chiamerò "Gli Abiti Nuovi di GG Allin". In questa breve fiaba, ci sono dei tuoi amici che ti dicono "Ehi, stasera vieni a vedere un concerto di un nostro amico!" e tu dici sì e poi ti ritrovi a venire gonfiato di mazzate da uno psicopatico coperto di merda che cerca anche di farsi fare un pompino mentre ti prende a calci in faccia.
Fuori di metafora, succede che quando uno smette di fumare, deve evidentemente giustificare a sé stesso il fatto che si è appena privato di una cosa che per qualche ragione sta trovando piacevole. Guardiamoci in faccia: al di là delle ovvietà ("Eh, così risparmio una bella centoventi al mese!" e "Adesso non mi puzzano più di fumo l’alito e i vestiti"), non c’è nessuna ricompensa immediata ed evidente per l’astinenza dal fumo, e quindi i bastardi ex-fumatori partono con le stronzate. Stronzate che qui passo a sbugiardare come fossero dichiarazioni di Tremonti:
1) "Adesso dormo come un bambino!"
Verissimo: nelle prime due settimane anche io ho dormito come un bambino - cioè svegliandomi ogni ora e mezza e mettendomi a gridare.
2) "Sento di nuovo gli odori!"
A parte il fatto che non è particolarmente vero, uno dovrebbe anche fare una semplice riflessione: vivi forse in un orto botanico pieno di meravigliose fragranze e sdilinquevoli aromi? O vivi invece in una città piena di auto puzzolenti e mezzi pubblici pieni di emuli di GG Allin (senza il fascino del panc ròc)? Sei davvero certo di voler sentire di nuovo gli odori?
3) "Mangio di nuovo con appetito!"
Non so come funzioni negli altri, ma a me si sono sballati tutti i segnali standard della fame, quindi mangio a caso - troppo, evidentemente, dato che ho preso un bel chiletto e mezzo in un mese. Ma non abbastanza, visto che se non mangio ai momenti previsto non sento fame e avvisaglie varie, passo direttamente al dolore lancinante al petto da reflusso esofageo. E quindi mangio qualunque cosa mi trovi a portata di mano, gatti inclusi.
4) "Non ho più la tossettina tutte le mattine!"
Sacrosanto: nemmeno io. In compenso non cago neanche più da due settimane, dopo aver passato gli ultimi venticinque anni a essere una fottuta macchina programmata per cagare ogni mattina alla stessa ora (i.e. subito dopo la sigarettina). Ah, e ho avuto un raffreddore stile influenza suina per una settimana.

E poi boh, in questo momento sono troppo rincoglionito e confuso e incapace di concentrarmi PERCHE’ NON FUMO PIU’. E quindi la mollo qui (come diceva GG), ricordandovi solo di non smettere di fumare - è facile, ma non ne vale davvero la pena).

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lunedì 28 settembre 2009 - ore 23.35


Amami
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Usciamo dalla casa paterna, dove avremmo dovuto essere ben nutriti di amore, generalmente deprivati. Chi molto, chi meno, chi tantissimo. Ogni bambino ha bisogno di un particolare cibo, quasi quanto delle cure materiali, cibo fatto di amore e conferme su cui cresce quel sentimento base di fiducia che permette di sentirsi esistere in questo mondo. Ma accade che, spesso o a volte, manchi, per questo sentimento - base, il nutrimento fondamentale che lo avrebbe dovuto alimentare.
Oltre a iniziare a mettere i germi della rabbia e della contrapposizione, che si manifesteranno probabilmente nella adolescenza, col sano bisogno di conoscersi diverso dai genitori, l’essere umano soffre pure di una grande solitudine in amore: è come se col suo cuore puro e innocente, vivesse il naturale bisogno di amare le persone più vicine a lui, i genitori, con grande trasporto, ma non potesse condividerlo con loro, o non pienamente, poiché essi, travolti da svariati problemi, non sono di solito in grado di colmare e riempire gradualmente la necessità del nutrimento primario affettivo.
E’ come se egli sperimentasse presto questo primo modo di amare, totalmente rivolto all’altro che per contro non si cura, o non sempre e adeguatamente, di lui. E’ un amore che parte da un soggetto, che ne è privo dentro di sè, verso un altro soggetto e genera una sensazione di perdita di amore, di perdita di sè, e appunto di solitudine.
Nell’amore fra adulti il terreno dove è più possibile rivivere questa esperienza e dove si riapre questa ferita è il rapporto sentimentale, passionale. O dove è più acuta.
Se infatti l’adulto non è riuscito a compensare la sua originaria, più o meno grave, deprivazione, o neppure ne è consapevole (grazie a un percorso di conoscenza interiore), non può sentire prima di tutto l’amore che circola dentro di sè, amore-energia-vita, che proviene dal cosmo e lo attraversa; non può sentire che comunque Dio lo ama, e ricordando che ognuno è il Dio di se stesso,che quindi lui stesso può amarsi e riconoscersi degno di stare al mondo e di avere il proprio spazio; si innesca invece il meccanismo di percezione di vuoto dentro e di amore che fuoriesce da sè per convergere del tutto sull’altro, nella dimenticanza di sè e amando nell’amato tutto ciò che della propria costellazione interiore, che ignora, proietta sull’altro.
[innamoramento]. Egli cerca l’amore per sè nell’amore per l’altro [passione] ignorando che solo dalla pienezza può sgorgare un amore libero.
Altrimenti resta la contabilità: se l’altro non ricambia in modo proporzionato si genera appunto solitudine e senso di abbandono; si resta totalmente dipendenti dalla disponibilità d’amore e dalla modalità con cui l’altro ama.
L’Amore deve invece - per sua definizione - essere libero, e in tale necessità sono riconoscibili come veri bisogni esiziali dell’adulto solo quello di amare (e non di essere amato) e quello di essere libero.
Quindi, da un punto di vista strettamente esistenziale, nessun rapporto per l’adulto è fondamentale ed esclusivo, perché, se esso è già amato dal Dio che è in tutti noi, non gli resta altro che redistribuire tutta questa ricchezza.
Succede spesso che l’amore per l’amato possa svelarsi , per la sua natura fortemente emotiva, e quindi corporea, la diretta conseguenza dell’amore per i genitori o per il genitore prescelto, dunque una forma di "rimedio" alle carenze di quel rapporto, nel tentativo di prendere dall’altro o a lui offrendole, tutte quelle gratificazioni che ci sono mancate allora.
La perdita di sè si verifica perché manca nel bambino la "riserva aurea", il patrimonio da cui attingere e attraverso cui passare prima di andare verso l’altro; nell’adulto questo passaggio è stato saltato, poiché il "gruzzolo" è stato troppo magro, la somiglianza con l’amore primario è grande, la speranza di essere risarciti di ciò di cui siamo stati privati è altrettanto grande.
Ma se si impara ad amare in modo più disinteressato, si vorrà il reale bene dell’altro, vedendolo possibilmente per quello che è, si potrà preservare la propria interezza e si saprà condividere tutto quello che è possibile condividere, che potrebbe non essere il "tutto".
Ciò non toglie che ci sia la passione, a cui ci si concede, sapendoci ormai anche giocare e districandovisi con eleganza. Non toglie che ci siano i bisogni, che possono essere vissuti come strumenti e possibilità di dialogo e riconoscimento reciproco.
Ho provato sulla mia pelle la gratuità dell’amore, il piacere di amare fine a se stesso, come nell’amicizia, ma più intenso, là dove l’atto stesso di amare, paga già da sè ed è di grande profondità.
In definitiva il desiderio di accoppiarsi stabilmente non risulta corrispondere a una esigenza fondamentale, pensando anche a quanto questo archetipo (della coppia) sia appesantito da retaggi culturali impressi ormai nel nostro DNA che hanno a che fare col femminile e col maschile… Nella realtà ,quando la coppia c’è, è possibile viverla contemporaneamente al percorso di individuazione e parallelamente alla inesauribile ricerca di liberazione di sé. Processo questo che, come si sa, è interminabile e non può che essere compiuto sulla propria pelle, vivendo nella carne il dolore fecondante delle varie" delusioni".
Dolore, nostro grande strumento di conoscenza, insostituibile e sacro sentire, se è espresso, al punto che mi è possibile amarne la bellezza. Momento essenziale della vita, in cui (ma non solo?) si può toccare con le dita il confine fra la morte e la vita, e quindi restituire a quest’ultima verità e assoluto. Eterno.
Solo nel contatto col suo contrario. Ma per questa purezza e splendore mancano proprio le parole. Mi sorprende a volte scoprire come ogni conquista in questo viaggio di conoscenza di me, e quindi di "noi" sia più appagante che la gratificazione personale nelle varie vicende in cui siamo coinvolti; quasi come se il fine ultimo potesse essere la conoscenza umana stessa, più che non il privato benessere. Benessere e conoscenza che non avranno mai fine in una dimensione evolutiva, del divenire, e che trovano pace nell’essere, nella cosiddetta "presenza", nella benedizione del qui e ora.


si ama la persona o la capacità che ha di far venir fuori il meglio di noi stessi?

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