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Sì, sono un cantore nella notte dei sensi, risvegliato da un sospiro..
... nato dal mio io, e morto in una lacrima
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agosto 21st, 2010 da Diego | Scritto in alcatraz-italia |
Mia madre mi ripeteva come un mantra come mi ero comportato appena nato. Mentre la levatrice mi sorreggeva per le ascelline avevo ballato sulla sua pancia e poi le avevo fatto pipì sull’ombelico. A questo punto la levatrice aveva profetizzato sulla mia futura personalità: “Sarà vino, donne e canto!” E così fu. Da bambino ridevo, cantavo, facevo le imitazioni. Mio padre, un intellettuale, era preoccupatissimo. Una volta orecchiai dietro la porta della loro camera da letto. “Ho tanta paura che questo pupo sia un cretino” disse. “Ma no, è vino donne e canto” rispose mia madre come una macchinetta. La domenica mattina mio padre mi istruiva. O mi faceva sentire un disco al grammofono di casa oppure mi leggeva qualche pagina di un libro. Il libro era una favola di La Fontane, il disco “Il mattino” di Grieg. Sempre quelli. Una specie di condizionamento come con i cani. Al termine, se ero stato attento, invece del biscottino mi dava cento lire. Inesorabilmente io scendevo al bar “da Gianni” e mi compravo due coni da 50. Mio padre andava da mia madre e diceva “Non c’è niente da fare, è un cretino”. E lei ripeteva come un mantra “Vino, donne e canto”. Stamattina ho finalmente trovato il bandolo di tutta la mia personalità. E ho scoperto il mio assassino. Tutta la colpa è stata di quella stronza della formica. Perché mio padre, che per tutta la vita fu perseguitato dall’idea della sciagura economica e di finire sul lastrico, e che mi ha trasmesso come una malattia ereditaria l’identica angoscia, condizionato dal “Vino, donne e canto” di mia madre (condizionata a sua volta da quella delinquente della levatrice) tutte le sante domeniche mi leggeva, come un contro-mantra, la favola “La cicala e la formica”. Al termine, come per “La corrazzata Potëmkin”, aveva luogo un dibattito. Il dibattito consisteva in un suo monologo (avendo io dai tre agli otto anni) in cui mi ribadiva le grandi qualità della formica, che era “saggia”, che era “economa”, che era stata “lungimirante” e che, infine, si era fatta pure una bella risata alla faccia della cicala. Io annuivo poco convinto. Allora lui si precipitava da mia madre e sussurrava solenne “Temo che sia un cretino”. E lei “Ma te l’ho detto mille volte, è vino, donne e canto!”.
Dicevo che stamattina sono finalmente venuto a capo di tutta la faccenda. Avevo sognato di elemosinare un cono gelato davanti al bar “da Gianni”. Per commuovere i passanti cantavo “Il mattino” di Grieg. Ma tutti passavano oltre ridendo. Perché nevicava. E io gli gridavo dietro “Ma che ti ridi? Uno non può smaniare un cono cioccolato panna e fragola anche se nevica?” Ma le coppiette e gli anziani scuotevano la testa e si dicevano “E’ vino, donne e canto. Non gli date nulla”. A questo punto ho avuto la sacra intuizione di rileggermi quella dannata favola. Non l’avevo mai più fatto, perché a forza di sentirmela ripetere da papà mi veniva un rigurgito al solo sentire “cicala”, “formica”, o “La Fontaine”.
Ed è stato tutto chiaro. Tanto per cominciare la cicala è un eroe. Suona e canta gratis per tutti. E’ simpatica, ti fa ridere, si dona alla vita completamente. Ha capito che “del doman non c’è certezza” e si spara su due piedi tutto quel che ha. Poi, quando viene il brutto tempo, fa la cosa più naturale del mondo: bussa alla porta degli amici (è chiaro che la cicala sia cristiana e abbia letto i Vangeli “Bussa e ti sarà aperto”). Manco per niente. Quella cozza della formica, non solo non le fa metter neanche una zampa in casa, al calduccio, ma gli ride pure dietro! Allora la cicala, con la massima dignità e il suo mesto violino in pugno, se ne va sotto la neve senza aggiungere mezza parola. Neppure un gesto di vittimismo o un sacrosanto vaffa. Nulla. L’eroe puro! Ma è chiaro che un bambino parteggi per la cicala, cosa volete che faccia? Il tifo per quella secchiona della formica? Già, ma un adulto? Ci ho riflettuto su a lungo, bevendomi tre o quattro caffè e canticchiando “Il cuore è uno zingaro” di Nada. Ora, è a tutti evidente che se uno fa come la formica non ha problemi né col sole né se nevichi. Quella cornuta c’ha come minimo i BOT sotto la mattonella ma pure un conto cifrato in Svizzera. “Di’, non ti farebbero comodo?” mi sono spietatamente chiesto. E ho tratto un gran sospirone. Ma il cuore è uno zingaro e ho finito col dar ragione al bimbo che fui. “La cicala è molto più figa della formica, non ci piove. Sarai pure un cretino, ma la formica è, è stata, e sarà per sempre una fottutissima stronza”. Amen.
(Per tutti coloro che non si ricordassero la spocchiosissima favoletta, la riporto qui di seguito)
LA CICALA E LA FORMICA
L’estate passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli alberi e cantava, cantava, cantava. Venne il freddo e la cicala imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo.
Si ricordò che la formica per tutta l’estate aveva accumulato provviste nella sua calda casina sotto terra. Andò a bussare alla porta della formica.
La formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio.
- Cosa vuoi? – chiese con aria infastidita.
- Ho freddo, ho fame….- balbettò la cicala. Dietro di lei si vedeva la campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano pieni di neve.
- Ma davvero? – brontolò la formica – lo ho lavorato tutta l’estate per accumulare il cibo per l’inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle giornate di sole?
- Io ho cantato!
- Hai cantato? – Bene… adesso balla!
La formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta, mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si allontanava, ad ali basse, nella campagna.
luglio 21st, 2010 da Diego | Scritto in alcatraz-italia |
Sono stato in Sudafrica con mio figlio Francesco. Che bello essere padri. Abbiamo visto la finale, le zebre, i pappagalli e abbiamo letto insieme “La vita davanti a sé” di Romain Gary. Un babbuino gli ha rapinato la cioccolata dal frigobar (lui stava a letto e il babbuino ha spalancato la portafinestra con un “Gnuaaak!”). Francesco si è barricato in bagno mentre il ladro con la coda faceva manbassa. Poi ha chiuso frigo e finestra ed è uscito con la disinvoltura di una cameriera. Fossi stato un pittore starei tentando di dipingere la luce del Sudafrica, un bianco immacolato, da prima di Dio, il dentro della mela. L’aria era fresca e le parole fra noi venivano via come chicchi d’uva. Io non sapevo che il Sudafrica se ne sta appollaiato a 1600 metri d’altitudine neanche fosse Cortina d’Ampezzo. Appena atterrato stavo per baciare l’aeroporto come fa il Papa. Nel senso che mi stavo per allungare per terra a causa della pressione. Ho detto “Eccola là! Jack Folla nato a Fosso del Pratone morto per mancanza d’ossigeno al Johannesburg International Airport.” Poi i polmoni si sono adeguati gentilmente. A Roma c’è un caldo umido che la pelle pare sugo. Laggiù ho conosciuto Fabrizio, un italiano di Parma che l’aveva capita 15 anni fa e se l’è data a gambe. Quando legge dell’Italia tira un sospiro di sollievo. Ha un bel lavoro, una casetta con giardino e Mandela. Meglio di così. Qui stiamo alla P3. Non se ne può più di questi ladri infami. L’Italia è una escort cafona con il reggiseno di coccodrillo.
Il senatore Dell’Utri, braccio destro del presidente del consiglio, è stato condannato anche in appello a sette anni di carcere per concorso in associazione mafiosa. Non gioisco né mi rammarico alla notizia: non sono un giustizialista né un adepto al teorema delle “toghe rosse”. Sono un cittadino di un paese alle corde in cui i mafiosi vengono eletti senatori e le vittime della mafia sono rimosse dalla memoria storica. Considero Dell’Utri e il suo partito un avversario politico, li osservo, li ascolto, faccio mie le loro ragioni e le confronto con la mia opinione, pronto a cambiarla se percepisco che la verità e l’oggettività non sono più dalla mia parte. Quando, ieri, Dell’Utri ha confermato in conferenza stampa che il mafioso Mangano “è un eroe”, ho tacitato una vampata d’indignazione spontanea e, come insegnano i grandi maestri yoga, ho trattenuto il respiro e fatto un vuoto interiore. Nella dichiarazione del senatore c’è del coraggio e della provocazione che non considero qualità negative. Di conseguenza ho assaporato con serenità le sue parole: “Mangano era una persona in carcere, ammalata – ha detto – invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. E’ stato il mio eroe.” La mia verità, invece, che ho tratto da questa dichiarazione, è che Marcello Dell’Utri sia in buonafede. Suppongo soltanto che egli non si sia accorto di una cosa: ogni parola, ogni affermazione, ogni sua pausa, sono imbevute di cultura mafiosa. Dell’Utri venera chi sa (o non sa) e tace; dunque chi parla -secondo i suoi principii- è un essere spregevole, sia egli pentito o quaqquaraquà, comunque un traditore, così com’è “Megghiu scrusciu i catine ca scrusciu i campane”, meglio andare in prigione che morire per un infame. Maschio mitico, degno di rispetto, al punto da venerarsi come eroe è un assassino come l’amico Mangano, dedito a un santifico omertoso silenzio, perché “A megghiu parola è chidda ca un si rici”, la miglior parola è quella che non si dice. Sì, il senatore Dell’Utri è in buonafede, osserva e pratica con religiosa lealtà ciò che ha appreso sin da bambino, il senatore è uomo genuinamente mafioso. Questo credo, e per questo continuo a stare con Falcone, Borsellino, Peppino Impastato e tutte le vittime, celebri o sconosciute, della mafia, anche politica, del nostro tempo.
giugno 20th, 2010 da Diego | Scritto in alcatraz-italia |
Ho divorato giornali come popcorn da quando avevo diciassette anni e lavoravo come apprendista-”negro” nelle tipografie. Negli ultimi quarant’anni ho letto una media di otto quotidiani al giorno, con interesse decrescente negli ultimi tre anni. Ho comprato all’incirca centoventimila giornali nella vita (senza contare i periodici). Calcolando 1 euro a copia, ho investito sul Corriere, il Manifesto, la Repubblica, Il Giornale, La Stampa , il Sole 24 ore, L’Unità, il Messaggero e -ultimamente- Il Fatto, il costo di un due camere e cucina (che non ho) in zona semicentrale: circa 120-130 mila euro. In compenso mi sono fatto una casa di giornali che il mio cervello s’è bruciato. Ma ho goduto. Alzarsi all’alba e attendere la copia appena uscita dalla tipografia (sapere tutto e prima degli altri) da giovane mi eccitava quanto Brigitte Bardot. Ricordo pezzi memorabili di Pasolini, Montanelli, Afeltra, La Capria, Citati, Ettore Mo, Tiziano Terzani, la Fallaci, e tanti altri maestri. Mi hanno spiegato come andava il mondo, com’era andato fino all’altro ieri, e che cosa ne sarebbe successo di noi in futuro. Era bello vivere sapendo. A un certo punto questo giocattolo si è rotto. Non trovavo più quell’aroma di avventurosi saperi. Dai fogli svolazzanti non si sprigionava che un’ottusa malinconia e una sporca vita. L’Italia di cui si scriveva mi restava incrostata addosso, come fango secco, non se ne andava più via. Questo è accaduto all’incirca tre, quattro anni fa, ma era da tempo che mi andavo smarrendo nei giornali. Voglio dire: non c’erano più, quasi del tutto, le sentinelle, quegli avamposti dell’intelligenza che sono i giornalisti di razza. Naturalmente mi sono chiesto se non fosse colpa mia, un disinteresse esistenziale, una svogliatezza adulta e un po’ cinica, un maturo disincanto. Ma non lo credo, perché in tal caso non sarei più stato capace neanche di scrivere romanzi, e proprio in questi giorni ne sto attaccando uno nuovo. Né si può dire che la cultura sia assente dai giornali, al contrario, ve n’è perfino troppa, nel senso che faccio fatica io stesso -gran lettore- a riprovare quella ebbrezza curiosa di un tempo nel leggere certi titoli così raffinatamente specialistici, gelidi, da master dei più astrusi saperi, che riscontro nel domenicale del 24 ore, per esempio, o nelle paginate di “Repubblica”. D’accordo, invecchiando un pochino ci si rincitrullisce, e per chi fuma come le locomotive di una volta, l’ossigeno area poco il cervello. Fatto sta che da tre settimane, uno dei più generosi “piccoli azionisti” dei quotidiani d’Italia, s’è definitivamente stufato. Stufato come un manzo bollito di quel che dice e smentisce il premier, dello scandalismo, della “nera” gridata, dei pettegolezzi sul calcio o sulla Ventura, mi sono avvilito dell’assoluta e trasversale mancanza di senso dello Stato nella classe politica, quel malinconico Napolitano che firmi o non firmi mi infonde comunque un senso di vecchia, disperata resa all’arrembaggio delle istituzioni, mi sono avvilito nel leggere ogni santo giorno che chiunque entri nel grande giro (persino Bertolaso che stimavo) non si fa mancare un giro di giostra, vuoi una casa della Santa Sede, vuoi una velina o una mazzetta. Ma perché un cittadino italiano dovrebbe farsi carico di tutta questa porcheria? E con mio sommo stupore, un mattino, mi sono dimenticato di fermarmi all’edicola. C’erano i telegiornali a inseguirmi e le news su Internet a non farmi mancar nulla di questo bollito Paese. Ed è come se da tre settimane stessi immobile sotto la doccia, mentre l’acqua fresca si trascina via le incrostazioni di questi anni grevi. Ora ho bisogno di quella vita che si misura in secoli. I miei maestri sono Shelley, Leopardi, Seneca. Meritano ancora titoli da prima pagina. Le loro notizie sono più fresche che mai. E vengono via per meno di un cespo di banane, quattro euro a tascabile, meno di Panorama con l’inserto cellofanato sui “danni” della sinistra e di D’Alema.
Credo che innumerevoli fra i parlamentari che ci governano non abbiano letto un solo libro. Eppure figliano leggi come conigli. Altro che leggi: leggi! Legiferate di meno e leggete di più. Lo stesso presidente del coniglio dichiarò, anni addietro, di non leggere un libro da dieci anni. Si vede. In ciò che dice, in ciò che tocca e in ciò che fa. Soltanto uno che non legge un libro da dieci anni (ormai saranno ventuno) può chiamare “direttorissimo” Minzolini. Quel libro mancante è un’assenza che si nota, tipo Mina. Naturalmente ognuno è libero, in casa propria, di sbirciare Dagospia o le memorie di Adriano, i fondi del caffè o di farsi cantare “Menomale che Silvio c’è” da un invidiatissimo stuolo di belle creature in reggicalze. Ciascuno si ritaglia, o si taglia e basta, tutta la cultura che vuole. Ma tagliarla al Paese? Un uomo di Stato, piuttosto, si taglierebbe la lingua. Impoverire la scuola, l’università, la ricerca significa derubare il futuro. Stai condannando i nostri figli all’ignoranza. Per loro, tutti saranno “direttorissimi”. Anche il più umile commesso coreano di un negozio di scarpe. Chi perde la cultura perde il rispetto. Tanto più se è nato nel Paese del Rinascimento ma non saprebbe raccontare a una turista di Bombay la vita e le opere di Giotto e di Michelangelo. Siamo governati –per perfetta colpa nostra- da ignoranti perfetti come la tempesta. Ci sono eccezioni, ma non sono quelle a decidere. Poi c’è l’ eccezione delle eccezioni: il ministro Tremonti. Che non solo legge libri ma li scrive. La tempesta perfetta sta in questo: è un autore che taglia la cultura. Il perché è semplice: deve risanare i conti al suo “presidentissimo”. Avete idea di quanto poco gliene importi se noi scenderemo a piazza Navona il 7 giugno per manifestare contro i tagli più ignoranti di questa finanziaria? Dobbiamo farlo ugualmente, è un dovere. C’è un fascismo invisibile nell’aria. Hitler, almeno, bruciava i libri in faccia al mondo. Da noi i conigli, con i loro dentoni da roditore, ne mangiano oggi una pagina domani un’altra. Sottraggono fondi a tutte le fonti della Conoscenza. Questo Paese sta diventando buio, e la cosa più buia di tutte è che la gente non se ne sta accorgendo. Questo governo ha la destrezza di un Oliver Twist quando imparò a sfilare portafogli dalle tasche dei ricchi londinesi. “Oliver chi?” Twist, presidentissimo, twist. Ma Chubby Checker non c’entra.