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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor

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C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.
***********************

"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".

Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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venerdì 24 maggio 2013 - ore 09.08
Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono un po’ stanca della pioggia. Sono un po’ stanca di mettere la felpa sopra il pigiama lungo ogni mattina quando mi sveglio. Sono stanca di dormire con due coperte sul letto. Sono stanca di non poter mettere le mie scarpe primaverili, i vestiti leggeri. E i fiori nei capelli. E’ ancora troppo brutto il cielo per mettere i fiori nei capelli e sono in ritardo sulla tabella di marcia. A questora ero un vaso di gardenie in testa. Adesso sono solo sgarruppata. Con questa umidità i miei capelli sono addirittura messi peggio del solito.
E ho un dente scheggiato.
E come non bastasse ridono di me perché ho il dente scheggiato. Non cè niente da ridere.
Sono stanca di perdermi e cercarmi. Sono stanca di correre. E sono stanca di lottare. Di sbattermi senza non vedere risultati. Di crederci e non ottenere niente.
Un giorno o l’altro esploderò e mi sentirò pure in colpa.
Perché sono fatta così. Finirà che chiederò scusa.
E poi andrò via.
Per scoprire la canzone di oggi cliccate
> questo link < :
si intitola
Take me the way I am, non a caso.
Incubi, again.
Liti.
Paura.
Sindrome dell’abbandono.
Incomprensioni.
Apnea.
Per favore, un respiratore.
I miei tre dottori preferiti sono il dottor Shepherd, il dottor House e il dottor Cox. Uno dei tre dovrebbe per favore esistere e curarmi. Uno dei tre, mica tutti. Solo per farmi un piacere.
Credo di meritarmelo, a questo punto.
Perché sono sicura che non è lupus. Non è mai lupus.
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mercoledì 22 maggio 2013 - ore 14.54
Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Le cose che ti fanno pensare che forse parli con le persone sbagliate.
Conversazione tipo:
"Sarebbe bello fare una cosa bella tutte le mattine"
"Ma l’hai già fatta ieri"
"Ah"E’ vero, sono io che cerco di non circondarmi di ottimisti (irritano il mio autolesionismo). Ma qui non si tratta di dicotomie basate su speranza, luce proffusa su ogniccosa e gioia di vivere. Qui è una questione quasi di rispetto. Vabbè. Dovrei smettere di aspettarmi troppo dalle persone.
Parliamo di cose serie. Stamattina sono entrata in doccia col cellulare, schivando l’acqua di un soffio.
Ho anche cercato gli occhiali per mettermeli PRIMA, rendendomi conto in tempo che era una cazzata.
Ho dimenticato a casa il telefono, rischiato una multa galattica (evitata con l’unico momento di culo della giornata), bucato la sciarpa con gli orecchini.
Ah, e i capelli mi stanno malissimo.
Inoltre il mio computer nuovo di baìn ha più problemi di me.
E ho un sacco di cose da fare proprio oggi che devo finire presto di lavorare.
Ho grossissime aspettative sul proseguimento della giornata.
Visto che ci siamo vi comunico una riflessione che ho fatto ieri e che vorrei condividere col mondo.
Mi fa un po’ impressione la pubblicità del "nuovo panbauletto Mulino Bianco" che ci dicono abbia "tutti ingredienti naturali". Io lo prendo da anni. E prima cos’aveva?
Dicono che dare per scontata una presenza è il modo migliore per perderla.
Dicono.
Ora vado a spalmare la mia sfiga sul mondo.
Ciao eh.
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domenica 19 maggio 2013 - ore 13.51
Biscottismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Credo di soffrire di una curiosa forma di sindrome dell’abbandono.
Soffro moltissimo l’abbandono e i no.
Ma lasciamo stare, è una vita già troppo difficile così.
Una volta mi pare di avervelo già detto ma ripetere non è sbagliato: sono la migliore a comprare i biscotti. Ognuno è bravo in qualcosa. C’è chi ha il pollice verde. C’è chi balla in modo divino. A me, a comprare biscotti, non mi batte nessuno. Bisogna specializzarsi nella vita, e io ho scelto il mio settore.
Visto che sul lavoro soddisfazioni non ce ne sono – non stiamo ad approfondire – e che sembra che il bel tempo non voglia venire fuori, e la mia vita è diventata un casino, allora parliamo di biscotti che è sempre una gioia.
Ho una predisposizione naturale, non ci sono se o ma che tengano. Non solo perché scelgo i più buoni in circolazione, e non solo perché so esattamente in quale supermercato si trovano, come se fosse un tour alla ricerca del biscotto meraviglioso. Ma perché sono una scopritrice di talenti. Compro biscotti che la gente non conosce. Li scovo negli scaffali. Riesco a dirigermi nello scaffale perfetto e trovare il biscotto perfetto. Ci vuole del talento.
Li vedo già dalla scatola. Se sono asciutti. Se sono secchi. Se sono duri. Se sono troppo dolci. Se hanno la crema che non sa di crema ma di panna (orrore). Sono brava, nel mio piccolo.
Il biscotto del pomeriggio, delle quattro circa. Ecco, quello è l’obiettivo della mia ricerca di biscotti.
Quel preciso biscotto lì. Quello che ormai va mangiato come fosse un rito.
Non hai voglia, non ci sta neanche nello stomaco.
Ma deve esserci, o la giornata non è completa.
Lo faccio solo per quel biscotto lì.

Ah, voi fissati di Apple. Da quando ho il Mac è un delirio, non prende la connessione internet, si impalla di continuo il sistema di scrittura. E dopo anni e anni di affezionato uso del pc mi ritrovo a imparare un sacco di comandi nuovi, obbligandomi a riempire altri spazi di memoria nella testa. La lasciavo per le cose importanti, tipo i compleanni e gli appuntamenti di lavoro - che immancabilmente dimentico e perdo.
Quindi grazie per aver sponsorizzato il mio acquisto di un Mac. Ve ne sono grata.
Il mondo è roverso.
Bacini e rocchenrol.
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giovedì 16 maggio 2013 - ore 08.30
Ciclismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Un’intera città ostaggio del Giro d’Italia.
Strade bloccate, parcheggi cancellati, scuole chiuse.
E in un giorno di pioggia, per di più.
Ci sono persone che del Giro fregancazzo. E quelle persone chi le risarcisce? Boh, non so, per fare un esempio... Me.
Dicono che il volano economico è ingentissimo. Ah. Capisco.
Molte persone seguono il giro e visitano le città. Ah, interessante. Dimmelo di nuovo, in tedesco, magari lo capisco meglio.
Dicono che per Treviso sarà una bella pubblicità. Ah. Ok.

Per colpa dello sport oggi lavorare e spostarsi sarà difficilissimo. Quando sarò sindaco, lo sport si farà solo nei palazzetti. Vogliono fare il Giro d’Italia a Treviso? Benissimo. Girano ottanta volte attorno al Palaverde. Una specie di gara di sopravvienza. Lì non rompono le palle a nessuno, e gli spettatori possono seguire l’evolversi della competizione di giro in giro. Invece com’è fatto oggi li vedi passare dieci secondi e non sai neanche chi ti è passato davanti.
"Hey, hai visto che belle le scarpe del ciclista olandese".
"Dimmi che numero ha sulla maglia, al prossimo giro le guardo".Vuoi mettere il divertimento.
Ho o non ho idee meravigliose per la tutela e la garanzia della salute mentale dei cittadini e dei popoli? E della viabilità? E della gestione del traffico? E della valorizzazione degli impianti sportivi? Sarei un ottimo sindaco. L’ho sempre detto.
A dire il vero me l’hanno detto anche altri. Ma ci sarebbero troppe complicazioni.
Mi venderò come ghost writer. Che spreco tenere le idee geniali in un cassetto.
PS: Solo per spirito polemico, vi testimonio che la prima immagine che si trova su Google per Giro d’Italia è questa.

Verguenza.
E comunque, come al solito zero. Ma zero proprio.
Cagata zero.
Forse dovrei cominciare a interrogarmi su questa cosa.
Forse ci credo solo io.
Forse è tutto un incubo enorme da cui non riesco a svegliarmi.
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lunedì 13 maggio 2013 - ore 09.18
Alicismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Siccome oggi non riesco a spiegarlo a parole mie, uso quelle di Carrol.
"Di solito si impartiva degli ottimi consigli (sebbene li seguisse parecchio di rado) e talvolta si sgridava così severamente da farsi venire le lacrime agli occhi; e una volta rammentava di aver tentato di tirarsi le orecchie per aver imbrogliato se stessa durante una partita di croquet che stava giocando contro se stessa, perché a questa curiosa bambina piaceva tantissimo far finta di essere due persone".
Ci sono dei giorni che mi sento più Alice di altri.

Non è un problema, è un modo di essere.
Non è una psicopatologia, è un elemento del mio carattere.
Ho provato a cambiarlo e non ci sono riuscita, tanto vale conviverci e valorizzarlo, perché mi rende speciale. E chi ride di me si fotta.
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sabato 11 maggio 2013 - ore 09.34
Vicinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Quando è molto tardi, la sera, e sono a casa da sola con la tv spenta, ed è così notte che la gente si infila sotto le coperte stremata da una giornata intensa di lavoro, entro in contatto diretto con il mondo esterno e le sue vibrazioni, le sue voci. Il paese è silenzioso e si distingue chiaramente ogni piccolo rumore. E’ facile cogliere allora il passaggio di una macchina di tanto in tanto, di una moto, un gruppetto di amici in bicicletta, due persone che chiacchierano tornando dal bar - riesco perfino a sentire le loro parole lì fuori, sul marciapiede. Le campane toccano la mezzanotte, lontanissime eppure così vicine, come se fossero in giardino invece la chiesa da qui non si vede nemmeno. Le finestre dei palazzi e le vetrine dormono, spente. Intorno a me i suoni sono ovattati, avvolti dal buio, e quelli che arrivano sono netti, veri.
Il fatto è che i muri sono sottili, e mentre ero in bagno a lavarmi i denti ho sentito il vicino che faceva pipì. E’ stato abbastanza imbarazzante.
Abbiamo i bagni confinanti, e in certi momenti di assoluta coincidenza ci troviamo lì nello stesso momento. Vorrei non averlo mai sentito. Scusa Paolo, ma non ti guarderò mai più allo stesso modo.
Anche se hai delle gran belle spalle quando cucini le grigliate in cortile, eh, te lo devo proprio dire.
Credo sia il risarcimento per il vicino del palazzo di fronte, il ciccione peloso che d’estate gira nudo in terrazza.
Ho trovato un fotografo personale, si chiama Andrea e ogni volta che ci vediamo mi fa delle foto molto belle. Non sono io che glielo chiedo, è lui che me le fa, si diverte così. Siccome è un fotografo professionista (davvero bravo, dico io, benché giovanissimo) sa anche ritoccarle. Direi che ci siamo.

Queste sono le foto sull’autobus vintage. Pausa di lavoro. Un servizio della durata di trentacinque secondi (gli serviva da proporre a un’agenzia di moda, e aveva bisogno di un manichino per la location, e ha scelto me).
Hanno avuto un discreto successo (ha avuto, ne ho diffusa una sola ieri) e penso che queste immagini dimostrino che il mio errore è di non uscire mai al massimo della forma. Cioè, anche se mi metto un vestito carino sono tutta spettinata, non truccata, un po’ trasandata as usual.
Dovrei uscire ogni giorno un po’ più
pareciada, come dice mia mamma, per evitare che foto così belle vengano irrimediabilmente rovinate dalla mia sciatteria di base.

E così oggi giornata piccola e grigia.
Sono piena di domande e sfornita di risposte.
Quando la proporzione sarà invertita potrò tornare a respirare. E dormire, magari.
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mercoledì 8 maggio 2013 - ore 16.26
Bianchismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ho finalmente capito qual é il mio scoglio per l’età adulta. Quando comprerò una maglia bianca o una gonna bianca o dei pantaloni bianchi senza essere terrorizzata dal "mi sporco/macchio subito" allora sì, sarò una donna matura.
Oggi ho preso una camicetta bianca per lo spettacolo di teatro, ma abbastanza carina da poterla riutilizzare - per ammortizzare quindi l’ennesima spesa per un unico spettacolo annuale. Colletto alto di pizzo, graziosa, elegante. Mi faceva sentire molto finetta.
Poi ho visto che ce l’avevano uguale in color tortora (che per gli uomini in ascolto significa beige o marroncino) oppure in fantasia con piccoli fiorellini blu. E la mia mente subito ha fatto i conti: "Su quella tortora le macchie si vedono meno, e ancora meno sui fiori, che para via".
Poi la mia femminilità è intervenuta. Per facilitarle il compito, e consentire a voi di immaginare che parlo con qualcuno e non da sola, le darò le sembianze di Catherine Zeta Jones.

Così la mia femminilità mi ha detto: "Silvia, smettila di lagnarti e compatirti. Comprati una roba bianca, hai 32 anni, se ti sporchi sei un’imbecille e non c’entra l’essere matura o l’essere donna. Se hai paura di sporcarti non fare cose che possono farti sporcare".
Tipo mangiare la nutella colante direttamente dal cucchiaino, col filetto rischiosissimo che penzola. O appoggiarmi ai muri, o sedermi per terra, o giocare coi cani che mi trovano simpaticissima e mi saltano addosso. Cose del genere.
Allora è intervenuta anche la mia autostima, che data la scarsa esperienza di vita e lovvia inesistenza ha le sembianze dell’Ape Maia.

E ho deciso che farò come dice Catherine. Fra lei e l’Ape Maia non ho nessun dubbio su quale sia la figura di cui devo fidarmi di più.
Alla fine, cosa vuoi che sia. Si sporca subito anche il rosa chiaro, no?
(Non è il modo migliore per iniziare, me ne rendo perfettamente conto, ma i primi passi sono sempre piccoli e titubanti)
E’ come quando dico che non posso andare a lavorare con i tacchi perché devo poter correre per le scale, se serve. E fare gli appostamenti, ed essere veloce a raggiungere le persone, e andare in bicicletta.
Ecco, non dovrebbe servirmi, è questo il fatto. Non dovrei correre per le scale. E tacchi non significa 12 centimetri con zeppa, può essere sette centimetri larghi e comodi, come gli stivali che ho comprato l’altro giorno. Che poi, in bicicletta si può andare coi tacchi, basta incastrarli sui pedali.
Non correrò più per le scale, indosserò dei pantaloni bianchi e dei tacchi.
Le sto provando tutte.
Speriamo serva a qualcosa.
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martedì 7 maggio 2013 - ore 14.52
Nomismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi chiamano Silvietta. Da sempre. Tutti e da sempre.
Quand’ero piccola tutti mi chiamavano Silvietta (e voi dite, mi pare ovvio chiamare Silvietta una bambina) ma io lo detestavo. Fra l’altro, io volevo chiamarmi Sara (come due mie cugine) o Molly, come una ragazza incantevole che vedevo a scuola. Aveva lunghi capelli rossi, tutti boccoli, il suo viso era piccolo e grazioso, mentre io ero un maschietto con i capelli corti e gli occhi vispi, tutt’altro che graziosa. Volevo essere Molly, o al massimo Sara. Ricordo di aver parlato con più di qualche adulto all’epoca, interrogandoli sulla possibilità di cambiare nome - non era troppo tardi in fin dei conti, avevo solo 6 anni. Quando disegnavo mi inventavo sempre nomi d’arte, non firmavo mai Silvia.
Odiavo il mio nome, lo odiavo come si odia la solita compagna di classe che porta le mimose alla maestra per la festa della donna. Silvia non mi suonava bene, non me lo vedevo addosso, mi stava male come maglia a righe orizzontali su una donna grassa. In più Silvietta mi faceva sentire ancora più inutile, perché ero sempre più bistrattata, più bambina, più piccola, e Silvia diventava sempre più lungo, più grande – invece di sparire.
La mamma ci rimaneva male; mi raccontava spesso di aver deciso il mio nome quando era ancora una bambina, aveva promesso di chiamarmi come la la figlia del suo maestro delle elementari, ed eccomi lì. Io invece odiavo essere io una Silvia, e anche tutte quelle che si chiamavano Silvia e ne erano contente – trovavo incomprensibile che fossero soddisfatte di un nome così sciapo, ero sicuramente io dalla parte del giusto. Poi si sa, i bambini sono cattivi, e il mio nomignolo diventava salvietta. Tutto ciò sfociava nell’imbarazzo di un cognome brutto e cacofonico.

Sono sempre stata piccina e paffuta. Ero fra le più piccole della classe, mi sono tolta le soddisfazioni dopo, che a guardare le mie ex compagne adesso le passo di un bel po’ in altezza. E comunque anche quand’ero pelle e ossa le mie guance ispiravano tenerezza. Gote rosse come Heidi, e Silvietta racchiudeva in sé i desideri di buffetti sulle guance di una immensa folla di parenti e parenti di parenti. All’asilo lo tolleri, alle elementari già ti dà fastidio, alle medie essere chiamata Silvietta è intollerabile.
Tuttavia, superati i 14 anni, ho cominciato ad accettarlo per cortesia nei confronti degli adulti. Adoravano chiamarmi con quel vezzeggiativo, lo facevano convinti di farmi un favore. Tutte le mie amiche avevano nomi lunghi che venivano abbreviati in maniere carinissime. Chicca, Fede, Cri, Isa, Barby, Roby, Dany. Il mio veniva allungato. Non potevo usare la Y che tanto andava di moda, non potevo avere il mio nome in quattro quadratini del quaderno, aveva due sillabe da tre lettere – non riuscivo a capacitarmene e non potevo farci niente. Il mio nome veniva inesorabilmente allungato. Ma lo accettavo, per educazione.
Finché un giorno è cambiato tutto. Non so come sia successo, sono quelle robe tipo il Fran, ma molto meno serio. Adesso io sono, con orgoglio, una meravigliosa Silvietta. Mi piace. Mi chiamano tutti così, non è più un appellativo infantile ma quello che di bello c’è in me. Lo stupor, il sorriso, l’ironia, il divertimento, la gioia (quando ce la faccio). Non solo compagni di giochi e parenti quindi, ma amiche, ragazzi, cassiere del supermercato, fruttivendoli, professori, edicolanti e insegnanti, sindaci, segretari. Non l’ho chiesto io. Credo di esserlo, e basta.
Silvia e Silvietta lo usano tutti. Poi ci sono gli altri. Quelli che cambiano.
Ad esempio, la Fede mi chiama Silvi. Solo lei (e anche il Passero l’altro giorno ma non so perché). La nonna per una sorta di vuoto di memoria mi chiama Pipia. La mamma mi chiama Cea. Italo mi chiama Picoea. Giovanni mi chiama Sorella (dice “sei la mia sorella preferita”, e poi ride perché sono l’unica). La Sere mi chiama Silvio. E poi ci sono Cibia e Silviettina.
E Hey. Lui mi chiama “hey”. O anche “tu”.
Ma non è di lui che dobbiamo parlare.
C’è tutto un mondo di gente fuori da qui.
E poi c’è
>> questa cosa qui << che ogni tanto bisogna ricordarsela e andare a leggerla per sapere che bisogna guardarsi dentro, cercare in sé stessi, e non negli altri. Essere egoisti ogni tanto. Perché se stiamo bene noi, stanno bene anche le persone che ci sono vicine. Lo so, la faccio facile. Ma è così. Non c’è altro.
Mi piace sentire come pronunciano il mio nome. Come lo usano. Come lo accorciano o lo allungano. Come lo trattano. C’è un modo di trattare anche i nomi.
Chiamami. Dì il mio nome. Mi piace come lo dici.
"Siccome non era in grado di dar risposta né all’una né all’altra domanda, non aveva molta importanza il modo in cui la formulava."
Alice nel Paese delle Meraviglie
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sabato 4 maggio 2013 - ore 19.13
Donnismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ più forte chi tiene duro o chi riesce a cambiare?
Perdi più cose a restare o ad andare? A lottare o a lasciare?
Se riuscissi a rispondere a queste domande sarei a metà del guado. Ma non so le risposte. Purtroppo.
In compenso so un sacco di domande.
Ne so a pacchi.
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Oggi mi sento come la signora qui sopra. Sono lì che pulisco i vetri, o i balconi, una roba abbastanza banale e ripetitiva, imparata, memorizzata. E succedono due cose.
La prima: un tizio mi fotografa. Io sto facendo una cosa che per me è normalissima, e questo mi fa una foto. Quindi quello che per me è normale non lo è per chi scatta la foto, né per chi la guarda e sorride.
La seconda: rischio di cadere. Io sto facendo una cosa che per me è normalissima, ci sono abituata, mi piace pure. E rischio la vita, in bilico su un balcone (non balcano).
Se ci pensate siamo tutti un po quella signora. Io oggi di più.
Oggi è uno di quei giorni che devo cancellare dal calendario. L’anno prossimo il 4 maggio mi chiudo in casa. Spengo tutto, chiudo le finestre, voglio solo buio e libri. Se proprio proprio voglio vedere qualcuno, la scelta sarà fatta con grande attenzione. Non posso sbagliare di nuovo 4 maggio.
"Si impara di più dai buchi che si prendono che da quelli che si danno".
Ah.
Ok.
Mo me lo segno.
Vorrei avere il coraggio che mi manca. E vorrei che ce l’avessi tu. Sarebbe tutto più facile. Solo parlami. Dimmi cosa non va.
Il silenzio mi uccide.
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venerdì 3 maggio 2013 - ore 08.49
Ufficismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Vorrei passare una notte, dico una, senza stare male. Senza svegliarmi alle sei e rimanere con gli occhi sbarrati per ore. Una senza la tachicardia o la gola bloccata dalla paura. Ogni notte ne ho una diversa, e ogni notte dormo male, da troppo tempo ormai, almeno due settimane di fila. Sarà la primavera, mi dico, ma non posso trovare questa scusa a tutto.
"Sarà la primavera" è un po’ come "è colpa dello stress" per spiegare ogni patologia, macchia sulla pelle, dolore muscolare, crollo psicologico, insomma ogni problema alle articolazioni o malattia o simile che mi viene da quattro anni a questa parte. E’ la risposta dei medici ed è la supposizione di tutti quelli che mi stanno intorno. E io sono stanca di sentirmi dire che sono stressata.
E voglio dormire. Ho bisogno di dormire. Ne ho davvero bisogno. Per favore.
Fammi dormire. Lasciami dormire. Non ne posso più.
Una notte terribile, fra le peggiori dell’ultimo periodo. Incubi, agitazione. E dolore.
E’ tanto che non mi sono messa a piangere. Ma non voglio più piangere.
********* Ieri poi non è stata una giornata leggera. E mi sono innervosita molto. Vi racconto però la parte divertente della giornata, che merita di essere ricordata perché credevo che succedesse solo nei film, e invece è successo a me.
Avete presente Asterix nel palazzo della burocrazia? Ecco, io ieri ho vissuto un’avventura simile. E devastante. Iniziata alle nove e mezza del mattino. Durata fino all’una e mezza (non continuativa per tutte le quattro ore eh, ma a intervalli irregolari).
E’ cominciato tutto, come spesso accade, con una domanda abbastanza semplice rivolta all’ufficio X. La quale ingenua domanda, dopo la prima telefonata, è diventata irrimediabilmente difficile e senza apparente risposta.
“Non deve parlare con noi, deve parlare con Y, a questo interno che le detto”.
Ok, provo.
“Sì, siamo Y, ma chi le ha detto di parlare con noi? Guardi che per questa cosa deve chiamare X”. Ma X mi ha appena detto di parlare con voi. “Allora le do un altro numero, chiami Z e si faccia passare H7-25”.
Sicura? A me avevano detto di parlare con lei. Ok, provo.
“Pronto, qui Z. No, noi non ne sappiamo nulla. Chiami X”.
Già fatto, dice di parlare con Y che mi ha detto di provare Z.
“Allora chiami &$”.
Ok, provo a chiamare &$. “Quelli non hanno capito niente, deve parlare con Y non con Z. Le passo l’interno di Y?”. Ce l’ho, grazie mi arrangio. Solo che Y mi passa £%. “Guardi che per questa cosa deve chiamare &$, le do l’interno”. Ah.
Allora decido di ripartire dall’inizio perché sto facendo confusione.
“Di nuovo lei – dice X – ma non le avevo detto di chiamare Y?”. Sì, ma Y ha detto di chiamare Z, e H7-25 non c’era, allora mi ha rimandata a &$ che mi ha passato l’interno di £%. La mia domanda non era difficile.
“Allora riprovi fra un’oretta che vediamo se è rientrata *#§* di Z che dovrebbe sapere, la trova all’interno °°°”.
Meno male che ho la scheda prepagata. Quelle ultime cifre degli interni mi stanno facendo impazzire. Le gioco al lotto.
Ah, e comunque non sono servite a niente. Niente.
Ah, volevo dirvi che nelle foto dell’iPhone vengo sempre benissimo.
.jpg)
Questa è la foto del primomaggio. Ciao eh.
Ah.
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